Lazzaretto Vecchio, l'isola in vita grazie ai volontari che aspetta il rilancio

VENEZIA. Le acacie infestanti e i tappeti di ortiche non hanno ancora inghiottito la scritta in arabo, testimonianza degli scambi commerciali con il Medio Oriente, né la veranda dove il patriota Arnaldo Fusinato compose la celebre poesia «L’ultima ora di Venezia» e nemmeno l’affresco della Madonna con bambino, rimasto intatto tra intonaci pericolanti. Il Lazzaretto Vecchio, il primo lazzaretto al mondo, si può ancora salvare, ma i finanziamenti non possono più attendere.
Abbandono. L’isola è grande due ettari, la parte edificata ottomila metri quadrati. Si trova a settanta metri dal Lido, di fronte al campo da rugby e al canale che porta all’ingresso acqueo dell’Hotel Excelsior.
Il Lazzaretto Vecchio oggi sopravvive grazie agli sforzi e alla passione dei volontari dell’associazione veneziana Archeoclub che ha in concessione la manutenzione dell’isola di proprietà demaniale.
Il progetto della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto e del Polo Museale del Veneto è ancora quello di creare qui e nel Lazzaretto Nuovo un «Centro Studi ed Espositivo sulla storia e archeologia di Venezia e della laguna».
Il Consorzio Venezia Nuova ha ripristinato le sponde e i tesoni negli anni Novanta. Lo spazio doveva essere inaugurato nel 2010, ma gli ultimi fondi sono arrivati a singhiozzi e tutto è ripiombato nell’abbandono. I ladri di rame hanno fatto piazza pulita delle nuove grondaie, i pusher l’hanno usata per spacciare. Per impedire ai vandali l’ingresso, ora un filo spinato corre lungo parte del perimetro dell’isola.
Nazaretum. Come una perla racchiusa in una conchiglia, il Lazzaretto Vecchio è visibile soltanto quando si varca l’alto muro di pietre che lo circonda. Prima convento, poi ospedale per i malati di peste, successivamente luogo per la quarantena e la disinfezione delle merci e, infine, nell’Ottocento, magazzino militare.
La storia inizia con gli Eremitani devoti a Santa Maria di Nazareth da cui deriva il nome dell’isola e dell’omonima chiesa del 1249. Un decreto del Veneto Senato del 1423 comunica che nel Nazaretum sarebbe sorto un «ospitale» destinato, per la prima volta al mondo, alla cura dei malati di peste.

Il nome «Lazzaretto Vecchio» arriverà più tardi, per distinguerlo dal Lazzaretto Nuovo, edificato nel 1468 con le stesse finalità e dedicato a San Lazzaro protettore dei malati contagiosi.
All’esterno della cinta muraria, nell’unico fazzoletto di terra coperto di sterpaglia, c’erano gli orti. Dentro sopravvivono all’erosione dell’acqua alta e del tempo le ottanta camere con circa duecento posti letto per gli appestati, gli appartamenti nobili riservati alla quarantena dei condottieri tornati dalle battaglie, cinque giganteschi tesoni in muratura destinati alla contumacia delle merci, due preziose vere da pozzo, gli appartamenti del priore, un portale con gli stemmi degli ultimi Provveditori alla Sanità, le colonnine dell’antico chiostro e l’atmosfera di una Venezia all’avanguardia che ideò la prima struttura per fronteggiare l’emergenza sanitaria.

Tezon vecio. Non appena si aprono le porte ci si ritrova immersi nelle rovine di pietra che spuntano qua e là, soffocate dalle piante rampicanti.
Lo sguardo viene catturato dal bianco portale marmoreo posto all’ingresso del primo tesone, il tezon vecio. Il leone marciano sovrasta i santi patroni San Rocco e San Sebastiano, con il Cristo Redentore al centro e la scritta in latino del 1565 «per curare gli oppressi dal male».
L’interno è vuoto, ma le pareti riservano delle straordinarie soprese. Dal 1500 al 1700 i commercianti, utilizzando l’ossido di ferro in polvere ricavato dai mattoni, disegnavano sui muri i loro sigilli per ritrovare le merci soggette a contumacia.
Qui si vede ancora una frase in arabo che ricorda il fiorente commercio della Serenissima, mentre in altre si ringraziano i compagni di viaggio. Sotto i tesoni e in gran parte dell'isola giacciono migliaia di morti, come confermano alcuni reperti in corso di analisi.

Bandiera bianca. Di fronte al portale marmoreo sorge la piazza del Priorado, la cui struttura non è accessibile. Il suggestivo complesso necessita un urgente intervento.
Se infatti i tesoni sono stati messi in sicurezza dall’acqua alta, le fondamenta della casa del Priore e della Prioressa, le stanze dei nobili condottieri e l’unico affresco rimasto, sono senza protezione e subiscono l’abbandono. Si può ancora salire sulla veranda con vista mozzafiato su tutte le isole del Bacino di San Marco e immaginare l’andirivieni di imbarcazioni con stive cariche di mercanzia provenienti da tutto il mondo.
Qui, il 19 agosto 1849, quando l’isola era dei militari, Fusinato scrisse: «Passa una gondola della città: Ehi! della gondola! Qual novità? Il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca!» verso che ispirò la famosa canzone di Franco Battiato.
Sulle colonne del balcone, ancora oggi, si leggono i nomi degli ospiti illustri, come Andrea Memmo di ritorno da Costantinopoli. Sotto, i resti del chiostro sorreggono secoli di resistenza all’umidità e al degrado.

Archeoclub. Dopo gli interventi del Magistrato alle Acque (dal 2006 al 2008), tutto si è fermato. Il recente finanziamento statale di circa 390 mila euro da spalmare su diversi anni, serve per scongiurare il totale abbandono.
«Questo luogo può diventare una proposta di grande spessore culturale e un’alternativa a una città sempre più Disneyland» spiega il veneziano Gerolamo Fazzini, presidente di Archeoclub «Ci immaginiamo una sede attiva con mostre che spieghino com’è nata Venezia, frutto di mille trucchi e artifizi, e chi ci viveva. La priorità è ora mettere un pontile».
Archeclub ha stipulato nel 2013 una convenzione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, rinnovata nel 2017 anche con il Polo Museale del Veneto diretto da Daniele Ferrara. Per news e appuntamenti, come l’apertura del 24 settembre, si veda FB «Lazzaretti Veneziani».
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