In Arabia Saudita si costruisce il futuro, a Venezia ci siamo stancati di immaginarlo?
Il caso Neom, la città saudita del futuro, ci pone un interrogativo: dove si è smarrito il coraggio di una collettività illuminata da progetti e personalità capaci di generare idee e visioni per le generazioni a venire?

Qual è il file rouge che unisce l’attuale rinascimento della civiltà saudita alla storia di Venezia? Oltre 1600 anni fa, Venezia emerse da un territorio paludoso e ostile, un mosaico di minuscoli arcipelaghi disseminati lungo la costa lagunare veneta. Fu la combinazione perfetta tra necessità e ingegno umano a trasformare quel rifugio precario nella Serenissima: da un lato, l’urgenza di sfuggire alle invasioni barbariche; dall’altro, l’ambizione di creare un porto commerciale sicuro.
Da una palude nacque così un miracolo, una testimonianza storica della memoria secolare di una civitas che, attraverso i secoli – dai Romani ai Dogi – ha dato vita, con mani e idee, a una delle opere urbanistiche più straordinarie e complesse dell’umanità.
Forse è da queste atmosfere sospese tra sogno e realtà che, nel 2022, a Riad, il principe Mohammed Bin Salman ha illustrato alla sua platea la visione di Neom, la città saudita del futuro. Con audacia, ha dichiarato che i grattacieli destinati a svettare sull’arido deserto arabico sarebbero stati «le nuove piramidi dell’antico Egitto». In un palazzo della capitale saudita si è così riannodato un filo immaginario, lungo 4000 chilometri e intrecciato a 3000 anni di storia: dai deserti del Medio Oriente alle maestose piramidi di Giza, fino alle meraviglie sull’acqua di Venezia.
Questo tracciato si nutre di una consapevolezza universale: l’ambizione e la necessità di trasformare il proprio territorio in un dono per l’umanità nascono dalla responsabilità collettiva di un popolo. È la civitas, con tutta la sua complessità – e a volte le sue ingiustizie – il seme che ha spinto a spostare i colossali massi delle piramidi, che ha ispirato gli urbanisti e i maestri a costruire palafitte capaci di sorreggere Venezia, e che oggi alimenta la tenacia saudita nel voler erigere una città nel deserto, ridisegnando gli orizzonti e le aspirazioni di una nazione.
Eppure, pur affascinante, questa riflessione porta con sé delle ombre. Quel filo rosso, così prezioso, rischia di spezzarsi, minacciato dall’incapacità decisionale delle classi dirigenti, dall’assenza di responsabilità verso la collettività, da egoismi e vanità che trasformano Venezia in un contenitore da sfruttare, anziché in una fiamma da tenere viva.
È inevitabile chiedersi se la metamorfosi da palude a gioiello abbia concluso il suo ciclo millenario, invertendo il suo corso. Per scongiurare un’involuzione, dobbiamo prima interrogarci: su quali desideri, entusiasmi e ambizioni si posa l’orizzonte del nostro territorio? Quali sono le «nostre piramidi d’Egitto»? Dove si è smarrito il coraggio di una collettività illuminata da progetti e personalità capaci di generare idee e visioni per le generazioni a venire? Cosa penseranno i nostri discendenti se l’eredità che lasciamo sarà, ancora una volta, solo palude? Che ne sarà della nostra Venezia?
Le opportunità per cambiare rotta non mancano. Pensiamo all’area degradata del petrolchimico, il cui destino resta sospeso; alle eterne questioni infrastrutturali – sublagunare sì o no? –; ai progetti che si arenano sulla carta; o ancora alla possibilità di scegliere una decrescita felice, un “no” collettivo e consapevole. Intorno a Venezia, il mondo corre veloce alla ricerca delle sue piramidi. Spetta a noi veneziani decidere se unirci con coraggio a questa corsa o restare muti testimoni di una città condannata a una lenta, drammatica eutanasia.
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