Terrorismo, quattro anni a Meriem
Condannata la ragazza padovana accusata di essere in Siria nelle fila dell’Is. Ma il sospetto è che l’imputata sia morta

VENEZIA. Quattro anni di reclusione per arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Ma con il dubbio che l’imputata sia morta. E che quindi sia siato condannato un fantasma. La sentenza per la prima
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partita dalla provincia di Padova per la Siria è stata pronunciata ieri alle 17.10 in tribunale a Venezia dalla giudice monocratica Claudia Ardita. Assente l’imputata, Meriem Rehaily, marocchina che il 14 luglio 2015, a 21 anni, aveva lasciato Arzergrande, secondo la Procura per arruolarsi nell’Is. Assenti pure i genitori della ragazza che in aula si sono visti solo nelle udienze in cui erano citati come testimoni. Ad ascoltare la sentenza c’era il procuratore capo della Procura di Venezia, Bruno Cherchi, che ha affiancato la pm Alessia Tavarnesi, a cui è stato affidato l’antiterrorismo dopo il trasferimento della collega Francesca Crupi. Proprio Crupi, nella penultima udienza del processo, aveva chiesto la condanna a 5 anni. «Siamo soddisfatti perché è stato colto l’impianto accusatorio della Procura», ha commentato il procuratore capo Cherchi.
Poche righe, quelle lette dalla giudice Ardita, con le quali per Meriem sono state disposte anche l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e l’espulsione una volta espiata la pena. Ma resta il dubbio che la ragazza sia morta. Non si fa sentire dal 15 novembre 2016, quando aveva contattato per l’ultima volta papà Roudane: «Voglio tornare a casa». Da allora solo silenzio. Lo scorso luglio dalla Siria erano arrivate notizie della sua possibile morte per lapidazione. Ma gli investigatori non hanno trovato alcun riscontro. E proprio per questo il processo ha fatto il suo corso, fino a ieri. La condanna a 4 anni lascia supporre che la giudice abbia accolto la tesi difensiva secondo cui la quantificazione della pena andava fatta in base alla norma antiterrorismo vigente nel luglio 2015, quando Meriem era partita, prima dell’inasprimento delle pene attraverso un decreto che aveva stabilito la condanna base per questo reato a 5 anni. Entro 90 giorni le motivazioni della sentenza.
La pm Crupi nella sua requisitoria era stata chiara: «Meriem si è auto radicalizzata, ha cercato di fare propaganda su Internet e con gli amici, ha preso contatti con la filiera degli arruolatori, ha deciso di fare il grande passo verso la Turchia e poi la Siria. Aspirava al martirio per la jihad. Avrebbe potuto compiere atti terroristici, e chissà se lo ha fatto, dopo essere stata assorbita nell’Is». La sostituto procuratore antiterrorismo aveva sostenuto come Meriem avesse seguito alla lettera il manuale per aspiranti
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“Hijrah to the Islamic State - Cosa mettere nella valigia, chi contattare, dove andare e altro” nella fase pre partenza e nel viaggio Bologna -Istanbul e quindi in Siria, e che si trovi a Raqqa dove vive con donne e bimbi, studiando il Corano e addestrandosi. L’adesione alla jihad, per la Procura, era evidente nei colloqui via Skype e WhatsApp, nei contenuti del diario, nei file trovati nel pc.
Per la difesa, con l’avvocato Andrea Niero, non ci sarebbe invece alcuna prova per sostenere l’arruolamento della ragazza con l’Is. «Qualcuno, e non sappiamo chi, potrebbe aver usato Meriem per i propri scopi, inserendola in un sistema più grande di lei, nel quale lei si è trovata costretta perché altrimenti sarebbe successo qualcosa di grave alla sua famiglia. Di certo è una ragazzina che non ha le capacità di essere una terrorista o una hacker».
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