L’incredibile storia di Pino: a bordo della nave Vespucci 80 anni dopo

Zaniolo, 97 anni di Cittadella, era infermiere sulla nave che dopo la guerra fu ceduta ai russi: «Avevo 18 anni, ero un ragazzino e sono diventato uomo. Che grande gioia essere qui»

Costanza Valdina
Adolfo “Pino” Zaniolo
Adolfo “Pino” Zaniolo

Sono passati ottant’anni dall’ultima volta in cui Adolfo “Pino” Zaniolo ha messo piede su un veliero. Ora ne ha novantasette, allora ne aveva appena compiuti diciotto. Era il dicembre 1945. Prima di quel giorno Pino non conosceva il mare, ma «di paura non ne avevo mai avuta».

Dell’Amerigo Vespucci riconosce ogni dettaglio, sebbene in quegli anni lo osservasse sempre da lontano. A quel tempo era infermiere volontario della Regia Nave Scuola Cristoforo Colombo, a bordo del cosiddetto “gemello sfortunato”. «Mi sono imbarcato da ragazzino», riflette, «e sono sceso da uomo».

Adolfo “Pino” Zaniolo
Adolfo “Pino” Zaniolo

Pino, di Cittadella, è probabilmente l’ultimo ancora in vita dell’equipaggio. Ancora oggi ricorda a memoria i nomi dei suoi 34 compagni infermieri: «Giancarlo Cotti, Luigi Roma, Giovanni Meledina, Giacomino Marras, Agostino Piccoli», recita, «e potrei continuare».

Da anni sognava di rivivere un momento a bordo della «nave della sua giovinezza». Un desiderio impossibile da esaudire per la triste sorte che trasformò il Cristoforo Colombo in preda alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1949, il trattato di pace di Parigi stabilisce che il veliero debba esser ceduto all’Unione Sovietica. Ribattezzato con il nome “Dunaj”, viene prima utilizzato come nave scuola a Odessa e poi disalberato per il trasporto del legno. Abbandonato e semidistrutto, nel 1971 viene demolito nel cantiere di Glavvtorcement delle isole Turukhannye.

Venezia accoglie la nave Amerigo Vespucci: «Un incontro tra due signore»
La cerimonia di benvenuto all'Amerigo Vespucci (foto Interpress)

Ma le sue tracce sono ancora conservate sul “gemello fortunato”, in questi giorni in laguna. La tappa veneziana del Vespucci ha permesso a Pino di esaudire il suo desiderio, regalo del fratello, in una visita ad hoc che la Marina Militare ha organizzato con la Nuova Venezia. Partito di prima mattina con il fratello Mario, alle 11.30 è salito a bordo del veliero.

«Quando ero allievo infermiere, la sveglia era alle 5.30. Dopo gli anni della guerra, mi sembrava un miracolo ricevere 150 grammi di pane a colazione», ricorda, «le giornate si dividevano tra lezioni mattutine e studio pomeridiano. Oltre a esercitarci nella pratica infermieristica tra iniezioni e medicazioni, imparavamo la vita in mare».

Tra le varie prove, anche la voga. Gli allievi si dilettavano in piccole gare a bordo delle baleniere. «Noi infermieri non ne perdevamo una», sottolinea con orgoglio. Pino era instancabile. Nell’equipaggio era noto con il soprannome di «scimmia delle griselle» per la sua agilità. «Un giorno mi presentai in coperta con i sandali e senza berretto bianco e un aspirante guardiamarina per punizione mi ordinò tre giri di barra», ricorda divertito, «mi proposi di farne un quarto, giusto per sgranchirmi le gambe».

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In franchigia è andato solo una volta, testimone un vecchio scatto in cui avanza sorridente con lo stesso camisaccio che suo fratello Mario gli annoda intorno alle spalle prima di salire sull’Amerigo Vespucci. Nonostante gli anni, la memoria di Pino è intatta. Ricorda ogni singolo dettaglio tecnico e non esita a confrontare le due navi.

«Molti dicono che il Vespucci sia più alto», spiega, «ma l’albero del Colombo lo superava di due metri». Il fascino del gemello fortunato è innegabile. «Non dirò che è bellissimo, è bello», ammette, «il superlativo è implicito».

Accolto dall’abbraccio dell’equipaggio, si fa strada sul veliero. Dopo una breve pausa nel corridoio fotografico, raggiunge la sala d’onore. Alle pareti sono appesi i dipinti ad olio appartenuti al Cristoforo Colombo: si racconta che un ignoto allievo lì portò in salvo prima che salpasse per Odessa. In verità, non fu l’unico.

A bordo della nave Vespucci ormeggiata a Venezia: la video visita

Anche Pino custodisce un frammento della sua nave: la carta con la rosa dei venti. E proprio nella sala d’onore, circondato dai dipinti, riceve la medaglia commemorativa nella stretta di mano con il comandante Giuseppe Lai.

«Spero di essermela meritata. Sarò stato anche un buono a nulla, ma sono sempre stato onesto», dice incredulo ed emozionato, «auguro a tutti voi buona fortuna». Le vecchie abitudini non si dimenticano. Di fronte al comandante Lai e al comandante in seconda Tommaso Faraldo, Pino è rigoroso: mantiene quel rispetto solenne a cui era avvezzo da allievo. Gli occhi lucidi tradiscono la commozione. «Ora», conclude, «per me è arrivato il momento di salpare le ancore». Sceso a terra, con la medaglia tra le mani si volta un’ultima volta e si riempie il cuore di un momento che ha atteso per 80 anni e per cui, dall’emozione, ha trascorso non poche notti insonni.

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