Volantini, stole e smoking. La “prima” si tinge di Verdi

VENEZIA. Sembravano coriandoli, erano invece i volantini lanciati dal loggione sulle testoline fresche di parrucchiere, sui vestiti dorati, gli smoking, le stole di pelliccia vera e finta e i tacchi generosi della prima di “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi, che ieri sera, al Teatro La Fenice, è stata anche la primissima del nuovo sovrintendente Fortunato Ortombina.
«Per me è una grande emozione essere qui questa sera nel teatro della città e insieme alla città, con un’opera che racchiude tanta storia di tutti noi» dice nel foyer che s’affolla di veneziani, imprenditori, industriali, di qualche scarpa troppo rossa e di qualche abito esageratamente lungo che nemmeno alla Scala.
Il clima mondan-natalizio, con l’albero di cinque metri offerto dall’outlet di Noventa, si carica di altri significati quando, pochi istanti prima che la bacchetta del maestro coreano Myung-Whun Chung volteggi nell’aria, dall’alto scendono i volantini bianchi e verdi del Gruppo 25 Aprile con la scritta “Basta alberghi, Venezia vuole vivere”. Applausi.

Non c’è il sindaco, in viaggio in Brasile, ma c’è il vicesindaco Luciana Colle, che sicuramente riferirà; non c’è il governatore Luca Zaia ma le grandi famiglie veneziane ci sono tutte: Piergiorgio e Franca Coin, Cesare De Michelis, Tonci e Barbara Foscari, Barbara Valmarana, Yaya Coin, Alessandro Favaretto Rubelli, Luigino e Roberta Rossi, in pizzo nero e - temeraria - senza calze.

Brilla di luce propria Cecilia Matteucci in un Balmain couture d’oro del 1969 appena comprato a un’asta che, per non soffrire di solitudine, è accompagnato da una gabbia-veletta tempestata di pietre rosse. S’incrociano nel foyer Paolo e Maura Costa con Marco Corsini, arrivano via via Giorgio Orsoni, il presidente di Save Enrico Marchi, il presidente della Biennale Paolo Baratta, Giorgio Brunetti, la presidente della Corte d’Appello Ines Marini, Fabrizio Plessi, i sovrintendenti di Verona e Genova venuti a congratularsi con Ortombina mentre Cristiano Chiarot l’aveva chiamato poco prima da Firenze.

Di peso il titolo scelto per il debutto della stagione - tre atti, due intervalli, tre ore e venti di spettacolo - , ventitreesima opera di Verdi, opera travagliatissima, ma che fu un trionfo, prima di pubblico e poi di critica. Il melodramma in tre atti, su libretto di Antonio Somma, ritorna sul palcoscenico di campo San Fantin a quasi vent’anni dalla sua ultima messinscena veneziana con la regia di Gianmaria Aliverta, le scene di Massimo Checchetto, i costumi di Carlos Tieppo, le luci di Fabio Barettin e i movimenti coreografici di Barbara Pessina. Piace, ma tre ore e venti si fanno sentire e il buffet preparato nelle Sale Apollinee sparisce in un baleno.
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