Venezia, Hot Dogs nell’arte e in platea conferenza per padroni e cani

La singolare iniziativa del teatrino Grassi per la presentazione del libro “Chiens” del filosofo francese Mark Alizart. Buffet di ciotole e photocall su drappo d’oro
Interpress\M.Tagliapietra Venezia 12.12.2018.- Teatrino di Palazzo Grassi "HOT DOGS".
Interpress\M.Tagliapietra Venezia 12.12.2018.- Teatrino di Palazzo Grassi "HOT DOGS".

VENEZIA. Dalla cuccia alla platea, sempre al guinzaglio, d’accordo, ma con un buffet di ciotole e il photocall come al Festival del cinema, su drappo d’oro natalizio. Cani protagonisti, ieri pomeriggio al Teatrino di Palazzo Grassi, per meriti artistici e affettivi secolari, e per iniziativa di Palazzo Grassi che ha messo sul palcoscenico il direttore Martin Bethenod e il filosofo Mark Alizart a discettare di “Hot Dogs - Cani nell’arte” davanti a un pubblico di umani e quattrozampe.


zZampe sulla moquette. «I cani sono molto presenti e amati a Venezia» dice Bethenod che proprio davanti a casa, in campo San Samuele, nota tutti i giorni una folta presenza canina che si fa elegantemente bastare i due alberi e il pezzo di prato di fronte all’imbarcadero.

Sulla moquette grigia di Tadao Ando, unghie e zampe non raspano, le muserueole non servono, il ringhio si mescola agli applausi quando Alizart, autore del libro “Chiens” (2017, Presses Universitaires France) racconta del dolore, della malinconica, del senso di vuoto di cui ha sofferto dopo la morte del proprio cane.


 

Dopo il dolore. «Se una persona sapesse quanto soffrirà quando il suo amico più fedele se andrà, non incomincerebbe neppure» spiega lo scrittore, che nel volume onora l’animale di virtù quasi celesti, come la gioia di vivere, l’empatia, la verità. Al punto che l’intera storia dell’arte - dalle rappresentazioni rupestri al cagnolone fucsia di Jeff Koons - ha omaggiato, nei secoli, barboncini e levrieri, cani da caccia e da compagnia. Quattrozampe divenuti immortali compaiono nelle opere di Van Eyck, Verrocchio, nel Sant’Agostino e nelle Cortigiane di Vittore Carpaccio, nella Flagellazione di Duerer, ma anche in Giacomo Balla, Francis Picabia, Giacometti.

Per i suoi cani (“beloved babies”) Peggy Guggenheim fece scavare una tomba nel giardino di Ca’ Venier dei Leoni e sistemare una panchina per dialogare con loro, affranta, da questo mondo a quell’altro. —



 

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