Il Bacio, l’Urlo, la Sposa: i quadri più famosi magnifici costumi di Carnevale

VENEZIA La sua prima creazione fu “Il bacio” di Klimt e dal palco del Carnevale di Venezia - premiata come Maschera più bella - la sua foto fece il giro dei giornali del mondo. Metri e metri di tessuto a lungo ricercato per trovare la giusta cangiante sfumatura del colore originale, tagliato, cucito, ricamato di nastri, bottoni a ricreare ogni abbagliante dorata sfumatura dell’originale: come lei, così minuta, riuscisse a portarsi addosso tutto quel peso resta un mistero. Poi è venuta la fantasmagoria di Bosch e il suo “Giardino delle delizie”, anche quello da pensare, creare e indossare per Carnevale: «Passavo per le calli e mi dicevano, . Me par una botegheta! Avevo appeso di tutto, cercato a lungo piccole bambole, perché le Barbie non andavano bene, per fare tutte le figurine di Bosch. Ma anche “L’Urlo” di Munch è stato un grande successo».
Lo scandalo scoppiò a causa de “La Vestizione della sposa” di Max Ernst: più precisamente quando, indossando il suo quadro vivente tessuto di lane e stoffe, si mise in posa davanti alla Basilica di San Marco. «Mi cacciarono, mi volevano dare la multa....i questurini mi mandarono via da davanti alla Basilica perché nel costume c’erano due nudi...Era il 1988».
Klimt, Bosch, Ernst, Munch sono solo alcuni dei grandi pittoli ai quali l’artista veneziana Rossana Molinatti - 86 anni che sprizzano energia: pittrice, fotografa, cineasta - si è ispirata per realizzare, puntuale, ad ogni Carnevale veneziano un nuovo “tabelau vivent”: ventinove capolavori da indossare. Un modo di portare l’arte tra le persone e certo un’opera d’ingegno e abilità, fantasia unica, che fino a domenica 22 maggio si può ammirare nelle spazi della Banca di Santo Stefano a Martellago. Ma è un’assoluta eccezione: il rischio è che queste opere che accendono l’attenzione, tornino a far la polvere nei magazzini del casinò di Ca’ Noghera, dove il Comune li tiene “dimenticati” da 16 anni. Un vero peccato, nella città del Carnevale e del museo del tessuto. Di qui l’appello dell’artista, che ha chiesto di essere ricevuta dall’assessora al turismo Paola Mar, ma non ha ancora ricevuto risposta.

Il Comune di Venezia, nel 1990 - allora assessore al Turismo Augusto Salvadori - acquisì per una cifra simbolica venti costumi artistici di Rossana Molinatti, con l’intenzione di esporli in maniera permanente: passano le giunte, cambiano assessori e gli abiti sono rimasti nelle loro pur altrettanto splendide scatole. Un viaggio ad Amburgo, uno a Lubecca su richiesta di alcune gallerie, ma mai un’esposizione a Venezia.
Sono vere opere, dichiarazioni d’amore per l’arte. E per realizzarle la ricerca è minuziosa: «Ci vuole un anno per pensarle e circa tre, quattro mesi per realizzarle, anche se per Bosch me ne sono serviti cinque. Andavo ovunque per trovare i tessuti giusti, cangianti o opachi, persino a discariche per gli oggetti da appendere. Eppoi dovevo stare attenta alle misure: non più alte di 2 metri e larghe 80 centimetri. Non solo per riuscire a portarle, ma perché altrimenti non mi facevano salire in vaporetto».
Porta candeline dorati come gioielli, colle colorate per fare l’effetto dell’acqua, palle di Natale: tutto diventava il particolare per ricreare un quadro di Chagall o un Picasso o un Matisse. Sono 29, in tutto, i costumi realizzati in questi anni da Molinatti: «Ma solo 20 stanno in piedi anche da soli. Poi ho cominciato a realizzare abiti, come “Il violinista” di Chagall, più leggeri e meno ingombranti per camminare per strada». La speranza, ora, è che il Comune di oggi tenga fede all’impegno preso dal Comune di ieri: «Il dispiacere più grande era saperli dentro delle scatole. Quando li ho visti in queste due sale, tutti insieme, mi sono commossa».
«Sono opere così particolari, creative, ma anche con una fattura così minuziosa, frutto di un’abilità e una fantasia incredibili e di cultura», osserva Paolo Mameli, curatore della mostra, «che sembra davvero incredibile che Venezia, la città del Carnevale per eccellenza abbia questi costumi e non li esponga: potrebbe far pagare anche un biglietto, sono certo che i visitatori non mancherebbero».
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