«Vicino alla cosca, non integrato»
VENEZIA. Sicuramente l’imprenditore Saverio De Martino conosceva e aveva intrattenuto negli anni rapporti con Vincenzino Iannazzo, a capo di una cosca di Lamezia Terme, sua città natale: ma una cosa è conoscere un mafioso e frequentarlo, per amicizia o anche affari, altra cosa è avere con l’organizzazione un rapporto criminale, uno status di appartenenza, un ruolo funzionale. Solo in questo caso può scattare l’accusa di associazione mafiosa.
Citando la Corte di Cassazione, lo sostengono i giudici del Tribunale del Riesame di Catanzaro nell’ordinanza con la quale hanno annullato la misura cautelare che - su richiesta dell’Antimafia calabrese - aveva portato in carcere l’imprenditore Saverio De Martino, sulla base delle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia (Angelo Torcasio e Giuseppe Giampà) che avevano parlato di uno stretto rapporto tra De Martino e Iannazzo. Agli investigatori i due pentiti avevano raccontato di investimenti della cosca a Venezia per tramite dell’imprenditore da decenni residente al Lido, con attività nel campo dell’edilizia, un’agenzia immobiliare, la gestione delle spiagge dell’Excelsior insieme al figlio Antonio. Avevano detto dell’ospitalità che l’uomo di affari aveva dato al mafioso in più occasioni, di una cena in casa De Martino in cui si sarebbe parlato apertamente di estorsioni. Ma - sottolineano i giudici del Riesame di Catanzaro accogliendo il ricorso degli avvocati difensori Francesco Gambardella e Renato Alberini - si tratta di accuse non circostanziate o comunque di episodi che non provano l’affiliazione richiesta per far scattare l’accusa di associazione, ma solo una conoscenza.
Vero, ad esempio, che De Martino aveva ospitato Vincenzino Iannazzo nel 2009, dopo che l’uomo era stato costretto ad allontanarsi da Lamezia Terme per contrasti all’interno della cosca: ma proprio questa circostanza - sottolineano i giudici - «si poneva come contrastante agli interessi del sodalizio».
Quanto poi al presunto sostegno economico dato a Iannazzo in Irlanda - per sottrarsi alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale - per i giudici è dimostrato che il capo mafia non avesse problemi economici, tanto da proporre allo stesso De Martino (al telefono) «di acquistare insieme un ristorante il cui prezzo si presentava conveniente». Le dichiarazioni dei pentiti sono per i giudici «generiche e indeterminate», anche quando parlano di quanto gli avrebbe riferito un altro mafioso, Antonio Provenzano sulle presunte vanterie politiche di De Martino: «Si puliva, cercava di infilarsi nella politica, diceva che il sindaco di Venezia era vicino a loro, per tutti questi grossi appalti che prendeva a Venezia».
I rapporti con Iannazzo - per i giudici - si giustificherebbero anche «per la necessità di essere salvaguardato da eventuali ritorsioni da parte della famiglia Giampà per l’uccisione avvenuta nel 1992 del ventenne Giuseppe», ucciso per un incidente dal figlio di De Martino, maneggiando incautamente una pistola.
«Questo rapporto», concludono i giudici del Riesame, «se può condurre a ritenere la vicinanza del De Martino alla suddetta cosca, non consente di poter ritenere integrato, con la necessaria gravità indiziaria, il delitto di partecipazione all’associazione mafiosa contestato allo stesso De Martino».
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