"Vetro nero" a Murano: sequestrate casseforti, soldi, Rolex e lingotti d’oro

L’intermediario mestrino avrebbe guadagnato in modo illecito 1,4 milioni Le vetrerie usavano il suo Pos ("Le macchinette del caffè" nelle intercettazioni) per i pagamenti e poi lui restituiva il denaro

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VENEZIA. Dietro a due quadri, nell’abitazione del cambiavalute Claudio Pellarin, a Mestre, i finanzieri hanno trovato due distinte casseforti, con all’interno 220 mila euro in contanti e tre Rolex. La marca preferita da molti dei dieci indagati dell’operazione “Vetro Nero”: ben dieci, infatti, gli orologi con la corona finiti sotto sequestro, insieme anche a 46 lingottini d’oro.

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Lunedì è stata una lunga giornata di perquisizioni, che ha visto impegnati a Murano, Venezia, ma anche a Trieste, Treviso e Lecce, oltre cento finanzieri del I Gruppo Venezia e del 2° Nucleo operativo, che hanno seguito per oltre un anno le indagini. In mano, l’ordinanza di sequestro preventivo firmata dal giudice per le indagini preliminari David Calabria, che ha accolto la richiesta del pubblico ministero Stefano Buccini, controfirmata dal procuratore aggiunto Stefano Ancilotto, coordinatore d’area per i reati di ambito fiscale. Autorizzato, il sequestro preventivo fino a 7 milioni di euro a carico - ognuno per la sua parte - del cambiavalute (accusato di aver illecitamente guadagnato oltre 1,3 milioni), delle 8 vetrerie muranesi sotto indagine per evasione fiscale e dei legali rappresentanti indagati per la maxi-evasione dell’Ires per 5,4 milioni di euro.

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I sigilli sono così scattati sui conti correnti delle aziende, ma anche su una Mercedes del valore di 70 mila euro e su alcuni immobili di varia grandezza: dall’ufficio di una stanza fino all’appartamento. Sotto sequestro, anche decine di tablet e pc che serviranno ai finanzieri per proseguire negli accertamenti.

Per il giudice delle indagini preliminari Calabria, in ogni caso, le prove ci sono già tutte: «Il compendio indiziario raccolto nel corso delle investigazioni (....) è solido e convincente», scrive nell’ordinanza. E, ancora, «non vi è dubbio che l’impiego dei Pos messi a disposizione dal Pallarin costituisca un (peraltro assai ingegnoso) meccanismo fraudolento per consentire agli operatori economici di incassare “in nero” i corrispettivi delle vendite senza lasciare traccia».

Migliaia di operazioni. Il giudice parte proprio dal vorticoso giro di affari di «Claudio Pellarin, titolare della ditta Venexto, operatore turistico e cambiavalute, intestatario di ben 10 apparecchi Pos (tutti appoggiati alla filiale di Venezia San Marco della Banca Popolare di Vicenza): numero di apparecchi che, tenute conto delle modeste dimensioni dell’attività in questione, svolta all’interno di un solo locale, appariva obiettivamente eccessivo». Addirittura «spropositato» per un cambiavalute la cui «attività per altro non è segnalata da alcuna indicazione sulle vetrine esterne alla sede a Castello 5483». Ben 5344 le transazioni registrate tra il 2014 e il 2016 dal cambiavalute, con una «entità eclatante degli importi, per 16 milioni e mezzo di euro». Altre 2236 operazioni solo negli ultimi nove mesi. Conclusione del giudice: «L’attività di agenzia di viaggi del cambiavalute era a tutti gli effetti sostanzialmente inoperante e, quindi, di copertura».«Puntuale», conclude, «anche la ricostruzione della concreta gestione, da parte delle vetrerie, delle frodi fiscali».

“Macchinetta del caffe”. Così, nelle intercettazioni, i responsabili della vetrerie chiamavano il Pos, quando telefonavano a Pellarin in caso di mancato funzionamento. «Lapalissiano», scrive la Finanza, «che tale comportamento viene attuato per timore di essere intercettati».

La contestazione. Su un punto il giudice dissente dalla Procura: sulla contestazione a Pellarin, oltre che del reato di false dichiarazioni, anche di “autoriciclaggio” (articolo 648 ter), che non sussisterebbe in quanto avrebbe investito i “guadagni” del raggiro in beni di uso comune.

Roberta De Rossi

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