Venezia, fondali marini pieni di rifiuti

Una marea di reti da pesca abbandonate nelle zone pregiate delle "tegùe". Morìa di pesci, ecosistema a rischio
Una sogliola intrappolata in un tramaglio fantasma
Una sogliola intrappolata in un tramaglio fantasma

VENEZIA. L’area pregiata delle “tegnùe” - i fondali marini rocciosi di fronte alle coste veneziana, “regno” della biodirvesità, un ambiente marino unico nel suo genere, con oltre 750 specie diverse che vi vivono - si sta trasformando progressivamente in una sorte di “discarica” di reti da pesca abbandonate e altri rifiuti dell’attività ittica, che mettono in pericolo tutto l’ecosistema. I pesci muoiono perché rimangono impigliati nelle maglie deposte sui fondali e aumentano l’inquinamento di tutta l’area - soprattutto quello da piombo per i pesi legati alle reti - è in costante aumento.

Al problema e anche al recupero delle stesse reti abbandonate - più o meno consapevolmente - dai pescatori, cerca ora di dare una risposta un importante progetto finanziato dall’Unione europea e che parte proprio da Venezia. Si tratta del progetto Ghost, cofinanziato dallo strumento Life dell’Unione Europea - il suo valore è di oltre un milione e 100 mila euro - coordinato dall’Istituto di Scienze Marine del Cnr di Venezia, che ha sede all’Arsenale, con il Dipartimento di Progettazione e pianificazione in ambienti complessi dell’Iuav e con la società Laguna Project. Uno dei principali obiettivi del progetto, già iniziato nel 2013 e che si concluderà nel 2016 - è proprio la quantificazione della presenza e degli impatti delle reti e degli attrezzi da pesca abbandonati o persi in fondali marini.

«Stiamo intervenendo su un’area delle “tegnùe” che va dalla bocca di porto di Malamocco fino ad oltre la foce del Sile», spiegano le dottoresse Luisa Da Ros e Eugenia Delaney del Cnr veneziano e Federico Riccato, che per Laguna Project, si occuperà anche dei recuperi, «e l’operazione di recupero è iniziata proprio in questi mesi. Puntiamo anche al riciclaggio dei materiali da pesca inutilizzati, a cominciare dal nylon, per filati. Quando una rete da pesca viene abbandonata o persa, le porzioni di reti e cordame in acqua possono continuare a pescare in maniera incontrollata e possono finire impigliate nelle scogliere e barriere coralline, causando gravi danni agli organismi e alla fauna ittica. Un’ampia varietà di animali marini rimane impigliata nei detriti di plastica e metallo e nelle reti e attrezzature abbandonate, tartarughe comprese. Non riuscendo più a muoversi, sono impossibiliti a procurarsi il cibo, spesso si procurano ferite letali o possono morire per soffocamento».

A volte, pesci predatori approfittano dell’immobilizzazione nelle reti dei pesci più piccoli per mangiarli, rimandendo imprigionati a loro volta. Il fenomeno dell’abbandono delle reti nei fondali delle “tegnùe” avviene ormai da più di cinquant’anni, ma è ormai arrivato a livelli di guardia. Nelle “tegnùe” di Chioggia esiste una zona che, a quanto risulta, i pescatori hanno ormai trasformato in una vera e propria discarica, rinunciando a pescarvi, per buttarvi invece, di tutto. Il progetto Ghost prova a invertire la tendenza.

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