Venezia, da schiava in fuga a chef: la seconda vita di Maimouna

VENEZIA. C’è chi ha il segno di una pallottola sul corpo, chi è fuggito da uomini prepotenti, chi è stato sbattuto in galera per avere in cambio dei soldi e chi è uscito dal buco nero della tratta.
Sono solo alcune storie dei sedici richiedenti asilo provenienti dalle cooperative sociali venete che mercoledì sera, all’Istituto Alberghiero Barbarigo, hanno partecipato alla quarta competizione «Refugees Mastechef». Lo scopo dell’iniziativa, ideata dagli afgani Hamed Ahmadi e Hadi Noori ormai a Venezia da dieci anni, era conquistare un posto di lavoro attraverso la propria bravura in cucina in uno dei cinque ristoranti dell’Orient Experience, tra Venezia e Padova.
La vincitrice, con un piatto delizioso a base di menta, è la senegalese Maimouna che ha fatto breccia nei palati del centinaio di persone presenti.

«Vengo dal Senegal ed ero membro del Movimento per l’Indipendenza della regione Casamance», racconta la donna, 41 anni, in un italiano quasi perfetto imparato a tempi record. «Sono scappata da un matrimonio forzato, da un uomo che mi aveva ridotto in schiavitù. Non ne potevo più. Non mi fidavo di nessuno, sono scappata in Mauritania e ho lavorato come domestica. Nella casa mi dicevano che cucinavo bene e ho lavorato per un periodo nel ristorante di un amico di quella famiglia, ma ho avuto problemi con il gestore. Mi sono spostata in Marocco e da qui mi hanno detto che avrei potuto lavorare in Libia nella ristorazione, ma prima di raggiungere Tripoli sono stata rapita dai ribelli e messa in prigione fino a quando sono uscita e da qui sono arrivata in Italia con un barcone fino alla Sicilia».
Quando ha saputo di aver vinto è scoppiata in un pianto di gioia: «Voglio rifarmi una vita» ha detto. «Sono molto felice di lavorare».
Non sarà solo Maimouna ad accedere subito al posto di lavoro, ma anche altri otto partecipanti. La competizione quest’anno è stata aperta a tutti i rifugiati: dal Kossovo al Bangladesh, dall’Afghanistan e dello Yemen. Il più piccolo ha 17 anni, ma la sua storia lo ha fatto crescere in fretta. Si chiama Nuur, è somalo ed è sopravvissuto a tre attraversate. Nonostante tutto ha ritrovato la forza di amare: «Mi sono innamorato di una ragazza italiana», ha spiegato ieri sera con un bel sorriso. «Sto imparando l’italiano per poter parlare con lei».
Il viaggio è stato lunghissimo: «Sono arrivato in Italia con il barcone dalla Libia» racconta «Dalla Somalia sono andato con un barcone fino allo Yemen, poi da là sono arrivato con un altro barcone fino al Sudan. Dal Sudan a piedi sono arrivato fino alla Libia, dove ho preso il barcone che mi ha portato qui». La parola mafia è entrata anche nel loro linguaggio per indicare il giro di corruzione: «Ti mettono in carcere per farsi dare i soldi» afferma. «C’è mafia ovunque, ti chiedono soldi per qualsiasi cosa. In Libia sono stato sei mesi in carcere in condizioni penoso, poi sono stati liberato e sono arrivato a Lampedusa, ma in un altro Stato ho dovuto dare altri soldi per essere liberato». Nuur ha cucinato ben sei piatti, incluso il tappeto di maccheroni su riso imparato in Libia.Un altro ragazzo di 17 anni, arrivato dal Bangladesh, ha passato una brutta avventura. Masud ha infatti una gamba perforata da una pallottola: «Sono partito dal Bangladesh all’India in autobus, poi ho preso un altro autobus per il Nepal, poi in Turchia e dalla Turchia sono arrivato in Libia per lavorare nella casa di un signore benestante. Il problema è che non mi pagava. Una sera è scoppiata una lite furiosa, lui ha preso il fucile e mi ha sparato. Per fortuna ha preso una gamba, ma pensavo di morire. Poi mi sono imbarcato nella speranza di esser al sicuro e di poter lavorare qui».
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