«Troppi i negozi-paccottiglia ora basta, i veneziani si ribellino»

VENEZIA. Degrado. Un destino che sembra ormai irreversibile per la città storica, un tempo culla della cultura e della bellezza. I tuffi in canale, il panino sui gradini, la pipì sui muri , gli atti teppistici e i comportamenti “poco urbani” sono soltanto la punta dell’iceberg. Di una situazione che sta sfuggendo di mano. Trenta milioni di turisti stimati nel 2017, una media che continua a crescere in questi mesi di estate. Sempre più spesso i turisti sono il doppio dei residenti, oltre centomila contro 56 mila. Città che ha perso anche le forze oltre agli abitanti, assediati da valanghe di turisti giornalieri. Sfruttata fino all’ultima pietra, trasformata in alberghetto diffuso con bar e turisti dappertutto, montagne di rifiuti, vaporetti strapieni, difficili da usare per i residenti più anziani. Per i veneziani esasperati in testa ormai alle «città invivibili».

Ottavia Piccolo, 68 anni portati splendidamente, ha preso casa a Venezia da vent’anni. Attrice di cinema e di teatro famosa, che ha lavorato con Strehler, Bolchi e Bolognini, impegnata nelle denunce sociali e in prima linea per difendere la “sua” città. Con il marito Claudio e un gruppo di amici prova adesso a «mettere in piedi qualcosa», per fermare l’alluvione che sta stravolgendo Venezia. «La situazione è pesante, credo che sia il momento di fare qualcosa. Partendo da noi».
Che vuol dire?
«L’invasione del turismo non è un fenomeno solo veneziano è evidente. La gente viaggia e si muove, vuol visitare le città d’arte. A Roma non stanno tanto meglio, Firenze oltre all’assedio ha pure le auto e i bus turistici in pieno centro, l’inquinamento. Il fatto è che Venezia è una città delicata, unica. Così non si può andare avanti per molto».
Allora?
«È chiaro che difficilmente i turisti si possono fermare. Non credo molto al numero chiuso. Dove li blocchi? A piazzale Roma? Quando scendono dal treno o dalla nave? Bisogna invece disincentivare. E fare qualcosa subito. Cominciando da noi.
Esempio.
«I veneziani potrebbero intanto cominciare a non fare negozi brutti che vendono porcherie. Ormai con poche eccezioni sono tutti così. Tanto il soldo arriva, è il pensiero dominante. Sbagliato. Proprio da questo comincia il degrado, l’abbruttimento di una città. E la colpa qui è dei veneziani».
L’amministrazione non c’entra?
«Come no. Io dico: ci sarà pure un modo rapido ed efficace per difendere le vecchie botteghe. Spariscono tutte, dagli antiquari ai frutta e verdura. Così la città resta senz’anima. Ci sarà pure un modo per intervenire. Così si riduce l’offerta anche per i mordi e fuggi».
Invece non si è fatto molto.
«Niente, non si è fatto niente. Anzi. La famosa legge sulle liberalizzazioni porta il nome di un esponente della sinistra, e a Venezia ha prodotto solo guai. Una volta non si poteva aprire una tabaccheria se non rispettando i limiti, le distanze. Adesso i bar aprono dappertutto, senza alcun freno e senza bisogno di licenza. Si è data la libertà di far ciò che si vuole. E le conseguenze si vedono».
Poi ci sono i comportamenti scorretti.
«Sì ma quelli vengono per forza quando la situazione è così. Bisogna colpirli utilizzando i regolamenti e i vigili. Ma è una battaglia difficile. L’altro giorno sul ponte c’erano turisti fermi a guardare il panorama. Gli ho detto di spostarsi mi hanno risposto pure male. Non si rendono conto di essere in una città e non in un parco giochi».
Quanto è cambiata la città da quando Lei è arrivata qui?
«Ci abito da vent’anni, ma ci vengo da 40. È cambiata tantissimo, soprattutto negli ultimi 7-8 anni. E non si vedono miglioramenti».
È tardi per invertire la tendenza?
«Forse è tardi. Per troppi anni non si è fatto niente. Non possiamo nemmeno dare tutta la colpa all’amministrazione che c’è adesso. Ma bisogna pur cominciare».
Allora niente numero chiuso?
«È troppo difficile da realizzare. Che fai, li mandi via da San Marco e poi dove li metti? Difficile anche una politica tariffaria. Il turista paga 7 euro e mezzo il biglietto del vaporetto, 5 volte un residente. Uno scandalo, non puoi aumentarlo ancora. Semmai pensare a forme di tariffazione diversa. Incentivi e disincentivi. E poi agire sul fronte affittacamere e del traffico acqueo, a cominciare dai taxi. Ma quello è un discorso a parte».
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