«Ti sfiguro usando l’acido perché usi Fb»: condannato

RIVIERA. La pubblico ministero Alessia Tavarnesi, nel chiudere la sua requisitoria, non ha lesinato a definire l’imputato «un padre padrone che imponeva la sua legge», sottolineando come «La moglie e i figli non avevano segni di tante botte. Ma è perché avevano talmente paura di quell’uomo che non si ribellavano più».
Ieri pomeriggio la giudice monocratica Sonia Bello ha condannato il «padre padrone», un marocchino di 51 anni all’epoca dei fatti residente in Riviera, a 2 anni e 6 mesi di reclusione, confermando la richiesta della pm. L’uomo, da anni in Italia e con un lavoro come operaio specializzato, doveva rispondere di maltrattamenti in famiglia, in particolare verso la moglie e la figlia maggiore, vista di cattivo occhio perché voleva vivere all’occidentale, uscire da sola con le amiche e usare Facebook. Tutte cose, queste, che il padre “ortodosso” le vietava. Ma lei non ci stava e aveva provato a ribellarsi. Sino a quando il genitore l’aveva minacciata di sfregiarla con l’acido dopo che aveva scoperto che la ragazza aveva un profilo social su cui pubblicava le sue foto.
Nella requisitoria la sostituto procuratore ha ricostruito il dramma delle donne di quella famiglia che, da quando nel 2014 il «padre padrone» era stato allontanato con un provvedimento del tribunale (ora sembra sia tornato in Marocco), si erano trasferite a vivere in un paese dell’Alta Padovana.
Da allora non si è più fatto vedere, né sta provvedendo al mantenimento della famiglia. A casa si viveva nel terrore. «Quella non era vita», ha detto la figlia maggiore sentita in aula. Alla moglie, il cinquantenne aveva vietato di avere qualsiasi tipo di contatto con l’esterno, non poteva nemmeno uscire di casa per portare i figli a scuola o andare a fare la spesa, di cui si occupava lui. Quando lei aveva detto di voler seguire un corso di italiano, era stata picchiata duramente. Nell’appartamento si doveva stare con i balconi chiusi. Per chi si ribellava, scattavano le minacce, anche con il coltello.
Il rapporto più conflittuale era quello con la figlia maggiore. Per umiliarla, ha ricostruito la pm, il padre le aveva tagliato i capelli. Un atto, questo, funzionale a farle indossare il velo secondo l’avvocato di parte civile Silvia Ceretta, che aveva chiesto 60mila euro di risarcimento per la moglie ed i figli, vedendosene riconosciuti 35mila dalla giudice. Quando era al lavoro, il padre telefonava a casa più volte per accertarsi che nessuno fosse uscito. E durante le vacanze scolastiche era d’obbligo stare chiusi in casa.
Nel corso del dibattimento, l’imputato, difeso dall’avvocato Elisabetta Costa, ha reso l’esame. «Una deposizione non plausibile», ha sostenuto la pm, «Ha detto che i suoi familiari si sono voluti liberare di lui per stare meglio». E quanto alla minaccia di sfregiare con l’acido la figlia perché aveva Facebook, l’uomo aveva parlato di «una lite come tante in famiglia».
Il difensore, nella sua arringa, ha sostenuto che all’origine di questo comportamento soprattutto di una questione culturale. «Certi atteggiamenti non possono essere concepiti», ha chiarito la pm, «La moglie non ha ottenuto un comodo divorzio, si è liberata da una situazione di terrore con una scelta di ribellione». Una tesi, questa, confermata dalle parole della figlia maggiore quando era stata sentita in aula: «Da quando mio padre se ne è andato non abbiamo più soldi, ma siamo felici». —
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