Sulla Marmolada con una gamba sola: «Ero stordito sembrava un sogno»

NOALE. L’avventura vera, quella che vale tutta la stagione, rimane sempre lì, programmata per giugno. “AMA-bilmente Crazyidea”, questo il nome dato dal noalese Moreno Pesce – perito elettronico di 43 anni, amputato alla gamba destra dal 1997 – a quell’impresa, dove AMA sta per Alagna-Monte Rosa-Alagna, molto semplicemente da 25 anni la gara di skyrunning più dura del mondo (35 chilometri complessivi con 7.000 metri di dislivello e arrivo a quota 4.554). Nel frattempo le tappe per arrivarci preparato di testa e di gamba si susseguono.

«Domenica ho scritto un altro piccolo-grande capitolo della mia storia personale, raggiungendo un traguardo che da normodotato non avevo mai raggiunto: la vetta del Marmolada». Ad accompagnarlo, il compagno Gianluigi Rosa, trentino di Lavis, nazionale paralimpico dell’hockey che assieme a Moreno farà squadra proprio all’AMA di giugno. «Dovevamo testare dei materiali, calzature della Scarpa e ramponi e stampelle della Grivel, roba super tecnica che per quell’occasione saranno fondamentali. È andato tutto bene».
Settimane di preparazione suddivise tra fisioterapia alla Fisiosport di Mestre e palestra al Greenfit di Noale: l’arrivo a Malga Ciapèla il venerdì sera, sabato la partenza inizialmente stabilita, spostata però di 24 ore per quella prudenza che in montagna non è mai troppa. «La giornata era stupenda, ma la neve doveva assestarsi al meglio e un giorno in più era necessario per muoverci in sicurezza». La risalita è cominciata alle 6 spaccate: dalla Capanna Bill, sotto il Fedaia, dapprima lungo la pista, poi oltre le nuvole diradate, ad un ritmo lento ma costante. «Verso i 2.700 abbiamo iniziato con gli esercizi di respirazione ogni quarto d'ora, quel dislivello è molto duro se non si compensa come si deve». Fatica, sudore, ma anche il piacere di vivere appieno il momento: «Non vado mai di fretta quando sono sui monti. Mi piace respirare a fondo, osservare, godermi ogni centimetro, catturando quei paesaggi incredibili con decine di foto. Tanto la vetta non scappa». Poi, quasi improvvisa, Punta Rocca, 3.265 metri: a 43 anni e al quarto tentativo, un'altra prima volta.
«Quando siamo arrivati ero talmente stordito che quando mi sono appoggiato sulla roccia ho preso profondamente sonno, anche se solo per qualche secondo: mi sembrava di sognare, letteralmente, è stato bellissimo». Cancellata dalla mente anche quella cosa che da amputato ha imparato a gestire: «La chiamano sindrome da arto fantasma, è la sensazione di avere ancora l’arto che invece non c’è più. Può essere fastidiosa, a volte anche dolorosa: mi capita quando non sono sereno, e per scacciarla non c'è che un modo, scalare, per dimostrare a me stesso e a tutto il mondo che la montagna, sapendola rispettare, è davvero per tutti». —
Gianluca Galzerano
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