Spinea, delitto Vanin. La madre: «Disgustata dalla giustizia»

«Come mi sento? Disgustata, non ho più fiducia nei tribunali». Gina Casarin, la mamma di Roberta Vanin uccisa a coltellate il 6 luglio 2010 nel suo negozio di prodotti biologici a Spinea, parla dopo la condanna di Andrea Donaglio a 16 anni di carcere

SPINEA- «Come mi sento? Disgustata, non ho più fiducia nei tribunali». Il dolore, l’amarezza, quel senso di giustizia negata hanno il volto di Gina Casarin, la mamma di Roberta Vanin, uccisa a coltellate il 6 luglio 2010 nel suo negozio di prodotti biologici in via Roma. Il giorno dopo la sentenza che ha condannato l’assassino, Andrea Donaglio, a 16 anni di carcere, Gina trova la forza non solo per parlare, ma anche per mettere da parte ogni sentimento di rancore. Come un anno e mezzo fa. Mercoledì, in tribunale, alla lettura della sentenza, è rimasta in silenzio, mentre il cuore traboccava di delusione mista a dolore. La notte scorsa confessa di non aver chiuso occhio.

«In quell’aula non sapevo cosa dire – ammette – non mi sento più di dire nulla, ho perso fiducia in questa giustizia. Avesse fatto qualcosa, Roberta, allora capirei. Ma lei era troppo buona, non avrebbe mai fatto male a nessuno. Invece si è presa 63 coltellate e chi l’ha scannata sarà fuori tra pochi anni». Gina non sa cosa succederà adesso: «Abbiamo degli avvocati, faranno il loro lavoro. Io so solo che più passa il tempo più le cose peggiorano ed è una tortura continua». Gina si riferisce soprattutto al processo che l’ha messa più volte di fronte al dolore, senza mai avere una risposta a quanto accaduto un anno e mezzo fa. La più dura è stata pochi giorni fa, quando Gina confessa di aver visto per la prima volta le foto della scena del delitto, il corpo di Roberta martoriato, steso a terra in quel negozio. «Non volevo guardarle, non ho voluto alzare gli occhi – piange – poi ho ceduto. Se volevo vederle avrei potuto farlo molto prima, le ho anche a casa quelle foto, ma restano chiuse in una cartella».

Con la sentenza alle porte invece Gina ha trovato il coraggio di aprire occhi e cartella, svelando quegli scatti. L’ha fatto, forse, aspettandosi una pena lieve, quasi a voler giustificare la rabbia che un simile verdetto avrebbe potuto provocarle. «La mano perforata dalla lama, il suo corpo scannato, i fendenti sul fegato e i polmoni – descrive – 63 colpi e solo 16 anni». Eppure in questo vortice di frustrazione e sofferenza trova ancora spazio un sentimento di pietà per Donaglio e la sua famiglia. «Ho parlato e parlo tutt’ora con sua madre – confida Gina – ma c’è stato un momento in cui mi sono molto arrabbiata. Ci siamo incrociate nel corridoio del tribunale e lei mi ha detto: speriamo che vada bene per noi e per voi. Le ho risposto: sì, però io Roberta non ce l’ho più, voi con Andrea potete ancora parlare».

E’ questo il volto del dolore di mamma Gina: la mancanza di Roberta, strappata dal mondo nel momento in cui era arrivata a chiedere aiuto proprio ai genitori, per difendersi da quell’uomo diventato sempre più pressante. «Più passa il tempo, più è difficile accettare tutto questo, la tragedia e la sentenza – afferma poi Gina abbassando lo sguardo – passo le notti in bianco e piango perché so che nessuno mi restituirà più mia figlia».

Filippo De Gaspari

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