Slalom tra le bancarelle nel suk Venezia

VENEZIA. C’era una volta il suolo pubblico. Pubblico, cioè di tutti. Bene comune godibile e “calpestabile”. Adesso il suolo pubblico è ridotto ai minimi termini. Nella gran parte occupato da bancarelle, sedie tavolini, edicole diventate empori di souvenir. Tutti uguali e a basso prezzo. Cappelli, borse, occhiali, grembiuli con gli organi maschili. Oggetti ideali per il turismo giornaliero mordi e fuggi. Un po’ meno per il “decoro” della città d’arte.
Situazione che negli tempi sta sfuggendo di mano. Non ci sono soltanto gli abusivi, i venditori di palline e di borse senza licenza. Ma centinaia di strutture “regolari” che col tempo si sono ingrandite, diventando veri e propri empori in strada. Molti gestiti in subappalto da cingalesi e indiani. Altri, come nell’area marciana, rimasti nelle mani di veneziani. Difficile, soprattutto in estate e in certe ore del giorno, riuscire a passare. Lista di Spagna e Rio Terà San Leonardo, Anconeta e Santa Fosca, Strada Nuova. I banchi crescono, e alle tende è appeso ogni tipo di mercanzia. Sembra di stare in un mercato arabo. Con la differenza che la qualità degli oggetti non sempre è di buon livello, la produzione quasi mai autoctona.
Rari i controlli. E così gli originali “banchi ambulanti” di un metro per uno sono triplicati, con accessori esterni. Un tempo i banchi non potevano neanche essere “fissi” ma dovevano appunto “ambulare”. C’era anche la commissione per l’ornato, che stabiliva regole sugli arredi e le merci da esporre. Adesso il “suk” è generalizzato.
Chi controlla? L’assessorato al Commercio non dispone nemmeno di un archivio informatico aggiornato per potere visionare in tempo reale la situazione. Bisogna misurare in loco, e gli organici dei vigili non lo consentono. Non solo bancarelle, ma anche rivendite di giornali. Quasi tutte si sono trasformate in botteghe di souvenir. E quotidiani e periodici, per cui il suolo pubblico era stato concesso, spesso non sono nemmeno esposti.
Infine, i tavolini. Plateatici ovunque. Ogni bar o ristorante ne ha uno. Anche in aree dove il passaggio è intenso. Inutili le proteste della Municipalità che da anni chiede di visionare le richieste prima dell’approvazione da parte degli uffici comunali. Sedie e tavolini, insieme a cartelli e menu ricoprono ormai la gran parte dei masegni in ogni luogo. Intere aree sono state trasformate, spariti i negozi di vicinato e gli artigiani. I fondi sono stati acquistati da commercianti cinesi. Le vetrine tolte, la merce uniformata. Borse, oggetti a 0,50 - spesso in saldi con il 50% di sconto - gelati, pizze. L’incontrollato afflusso dei turisti, in particolare di quelli giornalieri ha prodotto una trasformazione profonda, che sta diventando irreversibile. La consapevolezza che così si guadagna facilmente e non si devono rispettare regole è sempre più diffusa. Alla nuova amministrazione il compito di dimostrare con i fatti che Venezia non è considerata come una Disneyland dorata con pochi indigeni - sopravvissuti al turismo - da eliminare.
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