«Sì al Vittorio Emanuele i siti per i fanghi ci sono»

Senza più il Magistrato alle Acque, senza i finanziamenti della Legge Speciale e senza la necessaria regìa della Regione Veneto, il governo della Laguna diventa sempre più difficile.
A cominciare dalla soluzione del problema dell’accesso delle Grandi Navi da crociera e dalla gestione dei fanghi da scavare non solo dai canali industriali e portuali ma anche dai rii del centro storico per mantenere la loro navigabilità ed evitare, come è successo in occasione dell’incendio della Fenice, che i mezzi dei vigili del fuoco finiscano per arenarsi.
L’ex Commissario Straordinario all’Emergenza per lo scavo dei canali navigabili, Roberto Casarin, ha sempre preferito lavorare in silenzio alla soluzione dei problemi piuttosto che buttarsi nella mischia delle dichiarazioni e delle polemiche. Stavolta, però, ha deciso di dire la sua alla luce della lunga e comprovata esperienza nelle istituzioni territoriali.
Ingegnere Casarin che ne pensa del dibattito di questi giorni sul canale Vittorio Emanuele III?
«Se ne parla da parecchi anni, cioè da quando il decreto Clini-Passera del 2012 ha vietato l’accesso dal Lido alle grandi navi da crociera. Anche oggi, come allora, lo scavo del Vittorio Emanuele mi sembra la soluzione più rapida e meno impattante dal punto di vista idraulico e ambientale. l’utilizzo di questo canale, almeno nella sua parte finale per far arrivare le navi da crociera dal canale Malamocco-Marghera alla Stazione Marittima, senza passare per il bacino di San Marco e aggirando l’isola delle Tresse, mi sembrava già la soluzione ottimale».
Si tratta di scavare parecchi metri per aumentare il pescaggio di un canale parzialmente interrato e inutilizzato da decenni, con grandi quantità fanghi di fanghi da dragare e sistemare, ma dove?
«Abbiamo a disposizione tre siti controllati e sicuri per conferire in sicurezza grandi quantità di fanghi scavati dai fondali: l’isola delle Tresse, il Molo dei sali e le vasche di stoccaggio nell’area dei 23 ettari in attesa della piena operatività del Vallone Moranzani quando saranno interrati gli elettrodotti di Terna a Malcontenta».
E se si tratta di fanghi molto inquinati dalle attività industriali dei decenni scorsi?
«Nel 2012, alla fine della gestione commissariale, avevamo verificato che soltanto il tratto iniziale del Vittorio Emanuele risulta essere particolarmente inquinato. In ogni caso nei siti di stoccaggio a disposizione è possibile conferire anche fanghi molto inquinati, i cosiddetti Oltre C secondo il Protocollo di classificazione del 1993. La prima cosa da fare è, comunque, quella di effettuare una nuova campagna di monitoraggio della qualità dei sedimenti che si sono accumulati sul fondo del canale. Ma va anche detto che proprio questo protocollo del ’93, contestato da più parti, va assolutamente aggiornato, anche ai fini di una migliore definizione degli interventi proposti dal Piano morfologico della Laguna che il Provveditorato delle Opera Pubbliche ha da poco predisposto ed è attualmente in Commissione Vas».
Quindi la classificazione dei gradi di inquinamento dei fanghi definita nel 1993 non va più bene?
«Nel 1993 non esistevano le conoscenze che abbiamo oggi. Allora l’analisi dei sedimenti era soltanto chimica e aveva il limite di non tener conto della effettiva biodisponibilità degli inquinanti e della loro presenza nella colonna d'acqua, nei sedimenti e nel biota. Un nuovo protocollo pur nel rispetto della specificità della laguna di Venezia, permetterebbe di omogeneizzare la classificazione dei fanghi contaminati che continuano ad essere diverse tra la laguna di Venezia e quella confinante di Marano e Grado. Stabilita la classificazione degli inquinanti si potrà programmare meglio le modalità di smaltimento o utilizzo dei sedimenti, nonchè gli interventi di risanamento».
Quale autorità lagunare sarebbe in grado di fare tutto questo dopo la riduzione delle competenze della Regione in laguna, volute dal governatore Zaia dopo gli arresti per la Tangentopoli del Mose?
«Fino a due anni fa c’era il Magistrato alle Acque, istituito fin dai tempi della Serenissima, ma ora è stato soppresso con la discutibile devoluzione delle sue competenze in campo idraulico alla Città metropolitana di Venezia. Decisione, questa, che ritengo del tutto sbagliata e assolutamente da correggere per il bene della laguna e il futuro di Venezia».
La Città Metropolitana non basta?
«A mio avviso è un controsenso affidare la regia degli interventi di salvaguardia della laguna alla neonata Città metropolitana, soprattutto in considerazione dell’ottica più giusta dell’unicità del bacino idrografico in cui è inserita. Non a caso è stata istituita un'Autorità di Bacino, in attuazione di una direttiva Europea, che ora si chiama Distretto idrografico delle Alpi Orientali ed ha competenze programmatorie nel settore della gestione delle acque, sia in riferimento agli aspetti qualitativi che al rischio di alluvioni, per tutto il territorio che va dal fiume Adige all’Isonzo».
Chi dovrebbe comandare la cabina di regìa?
«La cabina di regia dell’Autorità di distretto è costituita da un Comitato interministeriale, presieduto dal ministero dell’Ambiente che vede la presenza, tra gli altri, dei ministeri delle Infrastrutture e dell’Agricoltura e le Regioni, Friuli Venezia Giulia e le Province Autonome di Trento e Bolzano. In particolare, per la laguna di Venezia le competenze operative dovrebbero essere in capo alla Regione Veneto, come sta facendo la Regione Friuli per la laguna di Marano e Grado. Il momento giusto per farlo era il 2014, all’indomani della soppressione del Magistrato alle Acque. La Regione Veneto dovrebbe esercitare pienamente la responsabilità di governare e pianificare gli interventi di salvaguardia ambientale della laguna e dell’intero bacino idrografico scolante, a patto che voglia farlo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia