Scandalo Mose: assolto l'ex sindaco Orsoni, condannato l'ex ministro Matteoli

VENEZIA. Tangenti e fondi neri del Mose, il Tribunale dimezza le accuse della Procura: con quattro condanne e quattro tra assoluzioni e prescrizioni per gli otto politici, imprenditori, professionisti a processo, dopo che altri 31 avevano scelto di patteggiare.
Assoluzione e prescrizione per l'ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni per finanziamento illecito ai partiti: caduta l'accusa a suo carico di aver ricevuto soldi per la campagna elettorale dal Consorzio Venezia Nuova, prescritta quella di aver ricevuto fondi in nero dall'ex presidente del Cvn Giovanni Mazzacurati. Nel giugno 2014 era stato arrestato e la sua giunta caduta, dopo la sfiducia del Pd, consegnando il Comune di Venezia al commissariamento.
Condanna a 4 anni di reclusione e al pagamento di 9,750 milioni di euro di multa per l'ex ministro Altero Matteoli, per l'accusa di corruzione per la bonifica di Porto Marghera, affidata dal Cvn all'impresa di Erasmo Cinque, condannato a sua volta a 4 anni di reclusione e al pagamento di 9,5 milioni di multa.
Cadute per prescrizione tutte le imputazioni mosse dalla Procura all'ex presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, accusata di essere stata a libro paga del Consorzio Venezia Nuova, assolta inoltre dall'accusa di essere stata "pagata" con il collaudo dell'ospedale all'Angelo di Mestre.
Assoluzione per non aver commesso il fatto per l'ex parlamentare azzurra Amalia Sartori (finanziamento illecito) e per l'architetto Danilo Turato, che aveva curato i lavori di restauro della villa già di proprietà di Giancarlo Galan.
Condannati, infine, l'imprenditore veneziano Nicola Falconi a due anni e 78mila euro di multa (per corruzione) e l'avvocato Corrado Crialese a un anno e dieci mesi e 1000 euro di multa, pena sospesa (per millantato credito). Tutti i condannati si sono visti interdire a diverso titolo i pubblici uffici, a pagare le spese processuali e a risarcire le parti civili. Il giudice ha disposto delle provvisionali sino a un milione di euro rimandando la multa in sede civile.

Dopo 1 anno e 4 mesi di processo, 70 mila pagine di faldoni d’inchiesta, 32 udienze dibattimentali (e 11 preliminari) e dopo le deposizioni di 102 testimoni, il collegio presieduto dal giudice Stefano Manduzio, con Fabio Moretti e Andrea Battistuzzi a latere, ha accolto solo metà delle otto richieste di condanna presentate dai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, per gli otto imputati dell'inchiesta sui fondi neri del Mose, finiti a giudizio secondo il rito ordinario. Trentuno gli imputati che, negli anni, hanno patteggiato la loro pena, compreso l'ex governatore del Veneto Giancarlo Galan.
L'ACCUSA. La Procura, rappresentata dai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, aveva chiesto pene per complessivi 27 anni nei confronti dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, dell’ex ministro all’Ambiente e alle Infrastrutture Altero Matteoli, dell’ex europarlamentare Pdl Amalia Sartori, dell’imprenditore romano di An Erasmo Cinque, dell’imprenditore veneziano Nicola Falconi, dell’architetto Danilo Turato e dell’avvocato Corrado Crialese.
LA PRESCRIZIONE. Questa sarà probabilmente l'unica sentenza penale agli atti: nei prossimi mesi, scatterà la prescrizione dei reati per tutti gli imputati, che quindi vedranno cadere le accuse in Appello.
L'INCHIESTA. La sentenza di oggi segna il traguardo dell’indagine che nel 2014 ha terremotato Venezia e il Veneto e che ha le sue radici nella verifica fiscale alla coop San Marino (consorziata Cvn) nel settembre 2009. Da lì emerge un sistema di false fatture e nel febbraio 2013 finiscono in cella l’ex ad della Mantovani Piergiorgio Baita e l’ex braccio destro del governatore Giancarlo Galan Claudia Minutillo.
A luglio dello stesso anno scatta l’arresto del padre-padrone del Mose, il potentissimo Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova. Le rivelazioni dei tre - i Grandi Accusatori - sono decisive per svelare il sistema corruttivo fondato sulla produzione di fondi neri attraverso false fatture e sul loro utilizzo per pagare mazzette a politici e funzionari pubblici affinché non controllassero. Un anno dopo, con il blitz del 4 giugno 2014, finiscono in manette i presunti corrotti, 35 persone tra cui Galan, l'ex sindaco Orsoni (ai domiciliari per una settimana), l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese, il comandante della Guardia di Finanza Emilio Spaziante.
I PATTEGGIAMENTI. In questi anni 31 imputati erano già usciti dal processo con il patteggiamento, per un totale di 54 anni di reclusione e la restituzione di 12,7 milioni di euro. Così per l'ex presidente del Veneto Giancarlo Galan (2 anni e 10 mesi, più 2,6 milioni di euro di multa, ai quali si è aggiunta la condanna in Corte dei conti per danno all'immagine a 5,8 milioni di euro e ora è indagato per l'evasione fiscale sulle tangenti ), l'ex assessore regionale Renato Chisso ( 2 anni e 6 mesi di reclusione, condannato dalla Corte dei conti a restituire 5,376 milioni di euro), l'ex magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta ( 2 anni e 750 mila euro di multa, anche per lui raddoppiati dalla Corte dei Conti).
MAZZACURATI, BAITA & CO. I grandi accusatori non sono finora stati rinviati a giudizio: i pm Ancilotto e Buccini hanno presentato richiesta, ma non è ancora stata fissata l'udienza che dovrà decidere del loro futuro, per altro ormai prossimo ad essere "graziati" dalla prescrizione. così per l'ex presidente del Cvn Giovanni Mazzacurati, rifugiato in California e dichiarato impossibilitato a testimoniale perché ormai preda di demenza senile. Altri hanno per ora patteggiato solo per l'evasione fiscale legata ai fondi neri e non sono stati rinviati a giudizio - l'inchiesta Mose si prescriverà a partire dall'autummo - come l'ex presidente di Mantovani Piergiorgio Baita (1 anni, 10 mesi di reclusione e 400 mila euro di multa).
LA DIFESA DI MATTEOLI. «Come ho avuto modo di confermare anche stamani davanti al Tribunale di Venezia non sono un corrotto, mai ho ricevuto denaro nè favorito alcuno. Non comprendo quindi questa sentenza verso la quale i miei avvocati ricorreranno in appello. Ho il dovere di credere ancora nella giustizia nonostante la forte amarezza che patisco da quasi 4 anni per una vicenda che non mi appartiene«. Lo afferma in una nota il senatore Altero Matteoli.
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