San Michele, da monastero a cimitero per molte fedi

Studiosi, letterati ed eremiti hanno lasciato il loro segno nelle migliaia di manoscritti, libri e incunaboli sopravvissuti nei secoli
Interpress/Mazzega Venezia, 30.10.2017.- Isola San Michele
Interpress/Mazzega Venezia, 30.10.2017.- Isola San Michele

VENEZIA. Il mistero della morte è custodito nell’isola della conoscenza. Il cimitero di San Michele sorge infatti in quella che dal 1212 è stata la casa di Frati Camaldolesi e Frati Minori.

Studiosi, letterati ed eremiti hanno lasciato il loro segno nelle migliaia di manoscritti, libri e incunaboli sopravvissuti nei secoli. Silvio Pellico ne scrive nella sua opera più celebre, “Le mie prigioni”, riferendosi al periodo trascorso quando divenne carcere per prigionieri politici.

San Michele assunse l’aspetto attuale solo nel 1837. Napoleone nel 1807 proibì di seppellire in città i defunti. Il primo cimitero fu nell’isola di San Cristoforo della Pace, ma presto lo spazio si rivelò piccolo e si ampliò interrando un pezzo di canale fino alla vicina “cavana de Muran”, usata per lasciare le barche dei muranesi.

Oggi qui riposano 70 mila defunti e in giorni come questi c’è un afflusso di 5 mila persone al giorno.

La storia. La figura di San Michele mentre scaccia Satana ricorre in tutta l’isola, dai bassorilievi agli intarsi lignei del coro della chiesa. La storia vuole che nel 980 il benedettino Romualdo, fondatore dei Camaldolesi, arriva qui per seguire gli insegnamenti di un altro monaco, Marino, che aveva eretto nella palude “una cappelletta” dedicata a San Michele.

La vita dei due monaci viene presa a modello e ammirata dal doge Pietro Orseolo. Le prime testimonianze sicure risalgono solo al 1212, quando diviene cenobio dei Camaldolesi che continuano a riscuotere un grande successo tra il popolo che ne ammira il fervore religioso.

È nel 1385, con la nomina dell’abate Paolo Venier della celebre famiglia patrizia che l’isola acquista la fama di monastero modello. Da qui in poi nel monastero arrivano personaggi che lasceranno un segno, come Fra Mauro, noto per aver disegnato il celebre planisfero, conosciuto come Mappamondo, custodito oggi alla Marciana. L’opera, di circa due metri per due, è un vero vanto per Venezia. Nel 1477 Lorenzo de’ Medici, pochi anni dopo la morte di Fra Mauro, ne vuole una copia e mandano nell’isola pittori fiorentini per copiarla.

Un altro frate portò prestigio all’isola e a Venezia. È il colto Nicolò Malerbi, il primo a tradurre in italiano tutta la Bibbia, la prima completa e stampata in Italia, precisamente il primo agosto 1471 nella tipografia di Vindelino da Spira, famoso tipografo. Padre Vittorino Meneghin, autore di due volumi sulla storia di San Michele, ricorda tante altre personalità che contribuirono alla diffusione della conoscenza: dal compositore Anselmo Marsand all’erudito Angelo Calogerà, fino a Mauro Cappellari che divenne Papa Gregorio XVI nel 1831.

La storia s’interrompe bruscamente con l’arrivo di Napoleone e la chiusura del monastero con la conseguente dispersione di manoscritti, incunaboli e opere d’arte. Dal 1819 al 1822 gli austriaci lo adibiscono a carcere per prigionieri politici. Silvio Pellico, Pietro Maroncelli e Giuseppe Fogazzaro (zio di Antonio) vengono spediti a meditare qui, fino a quando nel 1829 il convento viene affidato ai Frati Minori che ancora oggi ne custodiscono la biblioteca e un Tiepolo a San Francesco della Vigna.

Nel Novecento i frati adibiscono parte della struttura a lanificio per realizzare gli abiti dei religiosi, valorizzano l’orto e i vigneti. La vita trascorre seguendo le regole dei francescani: preghiera, obbedienza e castità. Abbandono.

Dal 2008 al cimitero non c’è più nessuno. «Ci sarebbe bisogno di un ulteriore restauro» spiega don Ettore Fornezza «I muri della Chiesa (realizzata da Mauro Codussi nel 1550 circa, ndr) sono fatiscenti. Vorremmo che tornassero dei monaci, gli appartamenti ci sarebbero». 

Il cimitero è diviso in diverse zone: quella cattolica, quella ortodossa ed evangelica, con parti riservate ai frati, alle suore e ai militari di terra e di mare. Celebrità. Nell’isola, di ampi viali punteggiati di pini, abeti e magnolie, sono sepolti illustri cittadini veneziani come il medico Franco Basaglia, il grande pittore e incisore Emilio Vedova, il compositore Luigi Nono, Paolo Sarpi e tanti altri.

Ma ci sono anche molte celebrità straniere che hanno voluto essere sepolte qui: le tombe di Igor e Vera Stravinsky, di Josif Brodsky ed Ezra Pound ancora oggi continuano a essere meta di continui pellegrinaggi. La tomba dell’ex allenatore dell’Inter Helenio Herrera, che fu veneziano acquisito, è ricoperta di bandiere della squadra, quella di Sergej Djagilev, fondatore della compagnia Balletti Russi, è piena di scarpe di danza classica.

L’unica copia del Corano stampata a Venezia nel 1537

Nel convento di San Francesco della Vigna Frate Rino Sgarbarossa organizza delle piccole esposizioni di grande valore con manoscritti e incunaboli provenienti dalla biblioteca dell’Isola di San Michele. Tra i gioielli custoditi per secoli dai Frati Minori, c’è anche l’unica copia esistente del primo Corano stampato a Venezia nel 1537 da Alessandro Paganino.

Prenotando una visita si possono ammirare da vicino le miniature dei manoscritti, come quelle che ornano il gigantesco pentagramma realizzato per il coro dei frati. In totale sono stati portati qui circa 30 mila libri di cui 10 mila antichi e 300 incunaboli.

Su alcuni è ancora scritto a inchiostro il nome del frate che lo usava. Moltissimi recano ancora il marchio ben visibile della stamperia veneziana, a dimostrazione di quanto Venezia fosse nel 1500 il centro culturale della stampa europea.

Fra i tesori anche un libro proveniente da Norimberga e stampato dal celebre Anton Koberger che non ha nulla da invidiare agli odierni fumetti, con disegni e spiegazioni della vita di Santa Brigida. Del 1492 il «Supplementun Chronicharum» con gli episodi più importanti di Venezia, scritto da Giacomo Filippo Foresti e stampato da Bernardino Rizzo in città. Parte della produzione culturale dei Frati Camaldolesi prima e Frati Minori poi, è custodita al Museo Correr come le grandi portelle d’organo di Bernardino d’Asola, già nel coro della chiesa di San Michele, codici e altrettanti manoscritti dell’isola. È inoltre custodita la celebre medaglia raffigurante fra Mauro che venne prodotta per testimoniare la paternità veneziana del celebre Mappamondo.

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