René Caovilla svela il suo archivio privato di tremila scarpe gioiello

Gli bastano tre tratti a matita per disegnare una scarpa. Tre, come i valori che identificano l’azienda: «Creatività, passione, eccellenza». René Caovilla ci accoglie a Fiesso D’Artico con la sua iconica giacca color Sahara per aprirci le porte del suo archivio privato: tremila modelli dagli anni Cinquanta a oggi ordinati per lustri

Riviera del Brenta. Tremila modelli di scarpe nell'archivio di René Caovilla

FIESSO D'ARTICO. Gli bastano tre tratti a matita per disegnare una scarpa. Tre, come i valori che identificano l’azienda: «Creatività, passione, eccellenza». René Caovilla ci accoglie a Fiesso D’Artico, in Riviera del Brenta, con la sua iconica giacca di pelle color Sahara, i modi raffinati d’altri tempi e lo sguardo ottimista di un ventenne.

E, con un semplice gesto, ci svela al primo piano della villa-azienda un archivio privato e nascosto di tremila modelli. «Altri quattromila - ci dice - li custodiamo in un secondo archivio».

Sono tutte calzature femminili da sogno, ordinate per lustri: dagli anni ’50 a oggi. Il pezzo forte sta a sinistra di una cabina armadio celata dietro al muro stuccato che si apre con un interruttore, come un sipario teatrale. È il tavolo da calzolaio del padre Edoardo, allievo dell’industriale Voltan che, tornato in Riviera dall’America, insegnò agli artigiani le nuove tecniche d’oltreoceano.

Da qual banchetto partì tutto. Era il 1934 ed Edoardo, mentre l’Europa si tingeva di nero, ebbe il genio di portare la luminosa couture nelle calzature femminili. La prima décolleté color ghiaccio si chiamava «Rita» in omaggio alla moglie. I suoi attrezzi sono ancora lì nell’archivio, cimeli e ricordi di una storia quasi secolare. Il lusso, la scarpa gioiello, le trame pregiate saranno privilegio del figlio René Fernando che oggi ci accoglie nella sua dimora. Quella villa che guardava da piccolo, quando girava in bici e tra sé e sé pensava: «Quando sarò grande me la compro». Così è stato.

René si è sempre ispirato a Venezia, alle guglie, ai trafori, al damasco e all’arte. La sua musa si chiama Paola ed è sua moglie. La prima e inarrivabile tra le tante donne che René veste: «Chi ha avuto il mondo ai suoi piedi, aveva ai piedi una scarpa Caovilla» dice. Dive dell’opera, first lady, attrici hollywoodiane, le donne dei sultani. Le passerelle degli Oscar, i Golden Globe, Cannes, il tappeto rosso di Venezia sono solcati da sandali Caovilla.

La grande rivoluzione della femminilità, René la compie nel 1975 inventando un sandalo che si arrotola alla caviglia. Allora erano già 15 anni che René creava al fianco del grande Valentino. Fu lui a chiamare lo stilista folgorato in giovane età dal rosso del teatro di Barcellona, agli inizi degli anni ’60: «Erano tempi più semplici - ricorda Caovilla - lo chiamai e gli dissi: credo di avere delle scarpe che possono stare bene con i tuoi abiti».

Perché Valentino? «Era elegante, fuori dal comune con una sensibilità femminile unica» spiega. Caovilla e Valentino sfilarono insieme per trent’anni: 4 passerelle l’anno, 120 sfilate. Fu Valentino a innescare la miccia del sandalo snake: «Voleva un bracciale alla caviglia».

L’ispirazione René la trova al museo archeologico di Napoli, osservando un bracciale romano in oro a forma di serpente. Disegna così un sandalo dorato con il cinturino-cavigliera a forma di serpente. La scarpa ha talmente tanto successo da diventare l’emblema della Maison Caovilla. Quel sandalo culto è oggi esposto al Moma di New York e una sua riproduzione luminosa è apparsa nel 2017 alla Biennale d’arte di Venezia con cui Caovilla ha un legame assoluto: la prima Biennale del Teatro data 1934, l’anno di fondazione dell’azienda da parte del padre Edoardo.

Caovilla riscriverà le regole della calzatura femminile anche negli anni ’80 con lo stivale calza (oggi anche in versione cashmere lì nell’archivio) e negli anni ’90 con le prime ballerine e infradito in fili di perle. Come nasce un’idea? «È una ricerca continua - spiega René - serve un forte spirito di osservazione. Vedi qualcosa e pensi subito a dove poterla declinare».

Solo allora mi accorgo che il grande stilista sta osservando l’orologio che porto al polso. Poi mi chiede: «Interessante la chiusura del cinturino, non l’avevo mai vista». Ha mai pensato di creare scarpe maschili? chiedo. «Non mi interessano. Ho sempre e solo voluto esaltare l’immagine femminile. Sta nella scarpa, la femminilità di una donna» mi risponde.

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