«Qui a Cona siamo troppi, vogliamo andarcene»

Nell’ex base sono tantissime le anime. Gli ivoriani sono controllati, sarebbero pronti a un’altra protesta. "Fa freddo, siamo malati e senza documenti non possiamo nemmeno curarci"
CONA Sono tantissime le anime all’interno del campo profughi di Conetta, così come le nazionalità degli ospiti, che provengono da universi distanti tra loro anni luce per cultura, razza, religione, lingua. Ieri la situazione, almeno all’apparenza, era più tranquilla, i migranti andavano su e giù in bicicletta, con la musica nelle orecchie, bardati per il freddo.
Il racconto dei profughi: "Qui fa freddo e non c'è luce"
 
Una parte degli ivoriani (e non solo loro), una ventina, è ancora arrabbiatissima. Un ragazzo spiega in francese che sono troppi, che la protesta continuerà, che voleva andarsene e invece è ancora a Cona. Lo dice a denti stretti, poi lascia il numero del cellulare al corrispondente di una televisione, gli promette che lo contatterà su whatsapp non appena ci saranno novità. Per lui una nuova protesta è sicura, solo non sa quando avverrà. Racconta che non c’è un capo popolo, che sono tutti uguali.
 
Sana e Lamin, invece, sono rispettivamente senegalese il primo, del Gambia il secondo, hanno 19 e 22 anni ciascuno e vivono a Cona da tre mesi. Due ragazzini. «Il campo è brutto e freddo», raccontano, anche se poi spiegano che stanno studiando l’italiano con la loro insegnante, Giulia, e che gli piace molto. A imparare la lingua ci tengono moltissimo e sono orgogliosi delle parole che conoscono. Giulia ricorre spesso tra i discorsi dei profughi. È un’insegnante meridionale, vive nel Padovano ed è appassionata del suo lavoro.
Centro espulsione a Campalto. Il governo ci riprova
SITUAZIONE AL CENTRO D'ACCOGLIENZA DI CONETTA (CONA)
 
«Voglio i documenti», ripete Secu, «sono qua da un anno, non riesco a lavarmi perché l’acqua è fredda». Secu è musulmano, all’interno del campo prega rivolto alla Mecca. Un ragazzo della Guinea Bissau lingua madre portoghese, racconta del freddo, il chiodo fisso dei migranti. «Non ho documenti, qui mangio e dormo, solo questo tutto il giorno». Sullo smartphone la mappa di Agna, dove si sta recando in bici. Articola una frase metà in italiano metà in inglese, il senso è che ha mal di pancia. «Vado a comprarmi l’olio, perché il tomato mi fa male». Si tasta lo stomaco, fa capire che non digerisce, che ha qualcosa. Sembra fragile. Dice che ha problemi di sonno, perché ci sono troppe persone e perché non riesce a lavarsi bene. Parla dei soldi che gli servono per comperare l’olio e il sapone, ma non riesce a spiegarsi. Ha voglia di parlare. La protesta non gli appartiene, l’unica cosa che vorrebbe è dormire tranquillo e non avere mal di pancia. Risponde anche sulla religione. «Non ci sono problemi tra cristiani e musulmani, solo con le tende, siamo troppi, per quello litighiamo».
 
All’interno del campo sono state allestite una moschea e una chiesa, due strutture riscaldate e illuminate, dove svolgono le funzioni pastori e imam. Quando i cristiani, che qui sono avventisti e metodisti, hanno chiesto delle casse per il culto, le hanno avute anche i musulmani, per non dar adito a disparità. Nell’hub ci sono cinquencento nigeriani, la compagine più numerosa in assoluto, e sono anglofoni.
 
Anche i migranti di origine francofona sono circa cinquecento, ma sono divisi per nazionalità. Gli ivoriani sono un centinaio. Un gruppetto di questi ultimi è tenuto sotto controllo, perché potrebbe dar corso a proteste e innescarsi come una miccia, secondo la cooperativa, che cerca di leggere in segnali che lanciano gli ospiti. Sono gli stessi che pensavano, ribellandosi, di potersene andare, e che rimangono sul piede di guerra. Ma la Prefettura ha seguito le regole, trasferendo, invece, le persone arrivate da più tempo.
Cona, partiti i due pullman con i primi migranti per "alleggerire" il centro
Il pullman con i primi migranti trasferiti da Cona (foto Artico)
 
Lungo la strada cammina a passo molleggiato un giovane del Mali, lui è convinto che il campo debba chiudere, senza se e senza ma. Banjy, invece, è nigeriano, ha 37 anni e non ha una famiglia. È scappato dal suo Paese perché rischiava di essere ucciso. Qui spera di essere al sicuro. «Voglio la pace», racconta in un inglese preciso parlando a raffica, «credo nell’Italia e nello sviluppo economico». Non ha un lavoro ma è certo che lo troverà. Anche lui va a scuola di italiano.
 
Gli afghani sono solo cinque in tutto e stanno sempre insieme. Ieri passeggiavano lungo la strada, ed erano sorridenti. Un ragazzo vestito all’ultima moda è arrivato solo per salutare alcuni compagni. Racconta che adesso vive a Padova, è uscito dal campo, ma ancora non ha trovato un lavoro, almeno per adesso.
 
Nel centro si lavora per sistemare i danni della rivolta di lunedì notte. Il problema più grosso è l’acqua calda, che viene alimentata tramite un sistema a gpl: le tubazioni a terra sono state danneggiate da atti vandalici e prima di riattivarle in sicurezza, sono necessarie delle prove di pressione per assicurarsi non ci siano perdite.
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