Mose, processo a otto big della “casta” e vent’anni di appalti

Iniziato in tribunale a Venezia il giudizio per gli imputati. L’ex ministro di Forza Italia Altero Matteoli è accusato di corruzione e chiede lo spostamento a Roma. Il procuratore Nordio: "Grande soddisfazione per l'inizio del dibattimento. I patteggiamenti? C'era il pericolo di prescrizione"

VENEZIA. È cominciato come prevedibile con una raffica di eccezioni. La più "pesante" quella dell'ex ministro Altero Matteoli, i cui avvocati hanno contestato la competenza territoriale del tribunale di Venezia  e chiesto lo spostamento del troncone d'indagine che lo riguarda a Roma. Una richiesta cui l'accusa ha ribattuto a muso duro: "La corruzione è avvenuta a Venezia, quando furono affidati i lavori". Intanto Marco Milanese, ex consigliere politico di Giulio Tremonti ed ex deputato del Pdl, è stato condannato a due anni e mezzo di carcere dal tribunale di Milano in un filone del processo del caso Mose.

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Il procuratore aggiunto Carlo Nordio

A due anni dagli arresti che hanno terremotato il Veneto, il 4 giugno 2014, con l'esplosione dello scandalo Tangenti Mose, primo giorno di udienza pubblica in aula per il processo Tangenti Mose, tra richieste di costituzione di parte civile e discussioni sulle "questioni preliminari" dei difensori, Sulle quali il collegio - presieduto da Stefano Manduzio - si è riservato di decidere. Così per le nuove costituzioni di parte civile: già ammesse da gip quelle di presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero delle Infrastrutture, della Regione Veneto, Città metropolitana e Comune di Venezia, hanno chiesto di potersi costituire contro gli imputati anche il Codacons, Italian Nostra, Wwf Italia, Ecoistituto veneto, Ambiente Venezia. L'avvocato Mario D'Elia (in quanto ex candidato sindaco) ha chiesto la citazione anche del Pd. Tutte costituzioni sul quale il Tribunale dovrà decidere.

Il presidente della Corte, Stefano Manduzio (Agenzia Interpress, Venezia)
Il presidente della Corte, Stefano Manduzio (Agenzia Interpress, Venezia)

Intanto il pubblico ministero Carlo Nordio ha espresso "Grande soddisfazione per l'inizio di questo processo: certo parte degli imputati è uscita di scena con i patteggiamenti, ma si è trattato di una necessaria soluzione di compromesso perché il rischio di prescrizione è concreto: meglio avere delle certezze".

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Si tratta del primo processo per la corruzione del Mose che viene celebrato in aula, almeno per quanto riguarda il tribunale di Venezia, visto che a Milano è già in fase di conclusione un altro processo pubblico, quello voluto dall’ex braccio destro del ministro Giulio Tremonti, l’ex parlamentare di Forza Italia Mario Marco Milanese per il quale il pubblico ministero del capoluogo lombardo ha chiesto tre anni e mezzo di reclusione per corruzione.

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Sono stati rinviati a giudizio l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e l’ex europarlamentare di Forza Italia Amalia “Lia” Sartori, i quali devono rispondere di finanziamento illecito del partito, naturalmente ognuno il proprio; di corruzione, invece devono rispondere l’ex ministro dell’Ambiente e dei Lavori pubblici, ora senatore, Altero Matteoli, l’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva, l’architetto di Galan per villa Rodella Danilo Turato (padovano) e gli imprenditori Erasmo Cinque (romano) e Nicola Falconi (veneziano); infine, l’anziano avvocato romano Corrado Crialese è accusato di millantato credito.

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Il tribunale è presieduto dal giudice Stefano Manduzio, accanto gli siedono i colleghi Andrea Battistuzzi e Fabio Moretti, mentre i pubblici ministeri sono Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, due dei tre rappresentanti della Procura che hanno coordinato le indagini della Guardia di Finanza. Tra i difensori, pochi i veneziani, ma ben tre professori, il romano Franco Coppi, già legale di Giulio Andreotti e pure di Mario Milanese, il padovano Emanuele Fragasso e il milanese Francesco Arata.

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Quasi duecento i testimoni che accusa e difesa hanno chiesto di ascoltare, c’è di tutto. Nella lista ci sono Gianni Letta, potente sottosegretario dell’allora presidente del Consiglio Berlusconi, gli ex ministri Corrado Passera, Andrea Ronchi e naturalmente Giancarlo Galan. Chiamati anche il professor Francesco Giavazzi e i parlamentari del Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, già indagati per finanziamenti illeciti al partito e poi scagionati, i segretari dei partiti del centrosinistra che presentarono come candidato sindaco Orsoni, da Alessandro Maggioni del Pd a Sebastiano Bonzio di Rifondazione comunista, passando per Roberto Panciera dell’Udc.

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Poi, c’è chi vuole sentire tutti i parenti e i medici di Giovanni Mazzacurati, il grande accusatore che non ci sarà perché a causa delle sue condizioni mentali e di salute è stato considerato incapace di testimoniare. La difesa Orsoni ha citato anche il suo difensore della prima ora, l’ex presidente del Consiglio dell’Ordine veneziano Daniele Grasso, che dovrà però fare i conti con il segreto professionale. L’accusa punta prima di tutto sugli oltre 20 investigatori del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza che, cominciando dalle verifiche fiscali alla Cooperativa San Martino e al Consorzio Venezia Nuova, hanno fatto scattare le manette il 4 giugno di due anni fa ai potenti di Venezia e non solo. Naturalmente chiamati pure coloro che hanno collaborato con le loro dichiarazioni, Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo, Federico Sutto, Pio Savioli, Nicolò Buson, e coloro che sono usciti dal processo patteggiando come l’ex presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta e alcuni importanti imprenditori.

 

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