Moschea di via Piave, il Consiglio di Stato dice no. Brugnaro: «Nessuna ostilità verso gli islamici»

Il centro di preghiera in via Piave dovrà chiudere per irregolarità urbanistiche. Brugnaro: «Noi facciamo le cose che la legge ci impone, non si può trasformare un supermercato in moschea»

Mitia Chiarin, Marta Artico
Il sindaco Brugnaro all'inaugurazione di un nuovo locale a Mestre
Il sindaco Brugnaro all'inaugurazione di un nuovo locale a Mestre

«Abbiamo dovuto agire dal punto di vista tecnico», dice il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. «Ma non c’è nulla di personale contro la comunità islamica». Così il primo cittadino si è espresso ieri sulla sentenza del Consiglio di stato contro la moschea nell’ex supermercato di via Piave. Si tratta di uno dei cinque centri di preghiera della città.

Ora dovrà chiudere, perché i giudici del Consiglio di Stato hanno ribadito che l’ex spazio ad uso commerciale adibito a centro associativo e di fatto a luogo di culto, non potrà più essere utilizzato come sala di preghiera.

Azione al sindaco «Avanti tutta con la moschea all’ex segheria di via Giustizia»

Una sentenza che irrita la comunità bengalese, la prima in città. E che fa gioire i politici della Lega. Spiega l’assessore al commercio Sebastiano Costalonga in un post. «Bisogna rispettare le regole. Ora dovranno ripristinare il corretto utilizzo dello stabile ovvero adibirlo a supermercato».

Il sindaco Brugnaro invece ha una posizione decisamente prudente e rispettosa nei confronti della comunità. «Noi facciamo le cose che la legge ci impone, non si può trasformare un supermercato in moschea. E non vale solo per noi, queste sentenze valgono in tutta Italia», precisa il primo cittadino spiegando che le contestazioni verso il luogo di preghiera erano motivate da difformità urbanistiche, legate al mancato cambio di destinazione d’uso. E per rafforzare il concetto che il no del Comune non era legato ad ostilità contro la religione islamica, il primo cittadino sposa subito il progetto di una moschea in via Giustizia, di cui si è parlato alla festa di fine Ramadan.

«Io li ho invitati a valutare l’area dell’ex segheria di via Giustizia. Dettagli ancora non ne conosco ma so che non realizzeranno una moschea con le cupole...Dovranno ristrutturare la segheria così come è. Ma quello è uno spazio adeguato, con un grande scoperto verde. Non ci sono case attorno e possono avere tutta la tranquillità possibile. E poi si tratta di una zona vicinissima alla stazione ferroviaria di Mestre».

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Ieri al Festival di geopolitica in corso al museo M9 di Mestre, il sindaco ne ha parlato brevemente anche con l’imam Yahya Abd al-Ahad Zanolo, rappresentante della comunità religiosa islamica per il Triveneto. «Gli ho detto che non c'è niente di personale. Noi facciamo le cose che sono imposte dalla legge», continua a spiegare Brugnaro.

«E su via Giustizia suggerimenti ne abbiamo anche dati: facciano un preliminare, magari subordinato al fatto che il Comune rilasci il cambio di destinazione d’uso visto che lì in via Giustizia l’area era adibita a segheria. Ma con un utilizzo trasparente, con la presenza di servizi igienici adeguati, con una gestione fatta bene, e so che sono persone per bene, io sosterrò il progetto di moschea via Giustizia. Ma al momento non c’è niente da aggiungere finché non ci saranno azioni pratiche. Finché non hanno il luogo è prematuro», insiste.

Il Comune, insomma, invita ad una pax dopo le polemiche legali di questi mesi. «Nulla contro la comunità. Noi dobbiamo garantire il rispetto delle regole da parte di tutti. Come abbiamo sempre fatto», ribadisce Brugnaro, andandosene.

(Mitia Chiarin)

La risposta della comunità islamica 

«La chiusura della moschea è una questione di carattere esclusivamente politico, è stato ancora più chiaro quando è arrivata la Cisint a Mestre l’estate scorsa. Esprimere il proprio Credo è un diritto inalienabile sancito dalla Costituzione, non sono il tappetino del sindaco, non andrò a chiedergli di trovare un accordo, sarebbe ipocrita».

Abdullah Samrat, referente della comunità islamica bengalese di via Piave, esprime tutto il suo rammarico per la decisione del Consiglio di Stato, che dà ragione al comune e stabilisce il divieto che lo spazio nell’ex supermercato adibito a centro culturale e a luogo di culto, non venga più utilizzato per la preghiera.

Ieri i fedeli di Allah si sono ritrovati a pregare, come sempre, il venerdì. È stato letto un sermone, molto duro, che ripercorre la storia dello spazio e punta il dito contro la Regione: «Come sapete fratelli, la legge regionale che oggi vuole chiudere il nostro centro e che ha già chiuso molti altri centri in altre città, è definita non da me o da un qualche altro musulmano, ma da avvocati e studiosi di legge, come "Legge anti moschee" perché è stata fatta approvare dalla Lega di Salvini e Fratelli D'Italia della Meloni, ed è chiaramente una legge discriminatoria, razzista e vergognosa di cui il popolo italiano e io come cittadino italiano mi vergogno».

La comunità non ha ancora deciso cosa farà, ma l’intenzione è continuare a riunirsi in preghiera, fintanto non sarà appesa l’ordinanza di chiusura. E non è detto che nei prossimi giorni non venga decisa una protesta che potrebbe tenersi venerdì prossimo. «Ho tutta la corrispondenza delle mail che ci siamo inviati con gli uffici del Comune, e delle mail alle quali non hanno mai risposto.

Dobbiamo andare in zona F? A Campalto come i copti per pregare qualche minuto e poi tornare in centro città? Chiedono 20 parcheggi, ma noi non possediamo auto, i bengalesi arrivano a piedi o in bici, dove li troviamo i parcheggi, buttiamo giù i palazzi?». Prosegue: «Non si tratta di un problema tecnico, ma squisitamente politico. Se i politici dicono che possiamo trovare un accordo allora si fa?

Non è corretto, esprimere il proprio Credo, ripeto, è un diritto inalienabile delle persone, il resto è solo ipocrisia. Se c’è un problema ce lo devono spiegare, venire da noi, non evitarci. Invece non ci hanno mai dato una soluzione. Non andremo da Brugnaro a chiedere che trovi una soluzione, non siamo tappetini: pregare è un nostro diritto».

Cosa farete? «Ci sono alcuni punti della sentenza che non abbiamo ancora del tutto capito, attendiamo il nostro avvocato per decidere come comportarsi».

Non si esclude un ulteriore ricorso. Di certo, i musulmani non hanno intenzione di abbandonare il centro culturale, né di modificarlo.

Sulla moschea si è espresso anche l’assessore Simone Venturini: «La sentenza conferma la correttezza dell’azione intrapresa dall’amministrazione a tutela delle norme urbanistiche e dei diritti di tutti i cittadini. In via Piave non era in discussione la libertà di culto – diritto inviolabile sancito dalla nostra Costituzione – ma il rispetto delle regole sull’utilizzo degli spazi urbani. Tutti dobbiamo rispettarle, nessuno escluso. Non è pensabile che un immobile destinato ad attività commerciali venga trasformato, senza autorizzazioni, in un centro di culto che accoglie centinaia di persone, generando un impatto rilevante sul quartiere e la quotidianità dei residenti Proseguiremo sulla strada della legalità. Ci auguriamo che questa vicenda possa rappresentare un monito chiaro per prevenire altre situazioni simili».

Ad intervenire anche Paolo Bonafè di Azione: «Se il nodo che ha portato alla bocciatura del ricorso è di carattere urbanistico, ed è il cambio di destinazione d'uso che ha pesato sulla decisione, andando in contrasto con la legge regionale sul cambio d’uso, resta il diritto dei musulmani residenti a Venezia e Mestre di avere un loro luogo di culto.

(Marta Artico)

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