LA STORIA / A 28 anni nell’inferno di Ebola

SAN DONA'. C’è un filo che lega San Donà a Freetown, la capitale della Sierra Leone martoriata dall’Ebola. È il filo della solidarietà e a reggerlo è una giovane operatrice umanitaria sandonatese di 28 anni, Isotta Pivato, che lavora per l’organizzazione francese “Action contre la faim”. Isotta è arrivata in Sierra Leone a gennaio, pronta a dare il suo aiuto per affrontare il problema della malnutrizione nei bambini sotto i 5 anni. Ma si è trovata nel mezzo di una delle più gravi emergenze sanitarie di sempre.
«Con l’inizio dell’epidemia, ho cominciato a rappresentare l’organizzazione nei maggiori organismi di coordinazione per la risposta all’emergenza», racconta Isotta Pivato, contattata mentre si trova in Sierra Leone, «Ho lavorato con il ministero della Salute e l’Unicef per l’ideazione del materiale destinato a informare la popolazione su cosa fare nel caso di infezione. Come organizzazione abbiamo cominciato a svolgere attività di sensibilizzazione con le comunità». Gli operatori umanitari si sono dati da fare inoltre per migliorare le condizioni sanitarie delle strutture mediche, per favorire il normale svolgimento delle attività riducendo il rischio di infezione, garantendo l’afflusso costante dell’acqua con la riapertura di pozzi e la presenza di adeguati bagni. «Le vittime di Ebola sono tante, più di quelle ufficialmente riportate a causa dell’impossibilità di identificare tutte le persone che preferiscono morire a casa piuttosto che in un centro di isolamento», continua Isotta Pivato, «Ebola fa paura, e fa paura tutto ciò che la circonda: i centri di trattamento, le tute di protezione. Soprattutto è un virus che impone alle persone di adottare comportamenti che vanno contro le tradizioni».
Senza contare le crisi parallele: i prezzi stanno crescendo e la popolazione più povera ha difficoltà a comprare il cibo e si attendono molte più morti, soprattutto nei bambini sotto i 5 anni, per altre malattie dovute a un sistema sanitario già debole e colpito ulteriormente dall’epidemia.
A San Donà, familiari e amici della giovane operatrice umanitaria sono in apprensione, ma lei non ha dubbi: «Ho scelto questo lavoro e continuerò a rimanere in Sierra Leone», spiega con coraggio, «Nonostante la situazione sia stressante e sicuramente pericolosa, con le adeguate e indispensabili precauzioni è possibile lavorare senza mettersi troppo a rischio. Questo vale sia per le organizzazioni come la mia, che non lavora a diretto contatto con i malati, sia per quelle che operano nei centri di trattamento».
Isotta lancia un appello finale: «Quest’emergenza ha bisogno del sostegno di tutti, i Governi dovrebbero facilitare la partenza di operatori umanitari e medici. Capiamo le preoccupazioni giustificate in Europa, ma le misure drastiche non sono sicura che siano di molto aiuto».
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