«Io costretto a vivere con 279 euro al mese»
Luca De Rossi, colpito dalla Corea di Huntington: «È una lotta quotidiana, vorrei un lavoro»

Una patologia invalidante, la chimera di un lavoro stabile, il peso di un mutuo da pagare. E poi quel dolore, per una condizione che, oltre a quelli fisici della malattia, erge dei muri fatti di code agli uffici, pensioni misere, stage sottopagati. Tanti elementi che provocano l’amara sensazione di vivere ai margini, di essere un peso per la società.
È questa la storia di Luca De Rossi, 49enne residente a Dese, dal 2012 colpito dalla Còrea di Huntington e riconosciuto come invalido civile (quasi tre milioni gli invalidi civili in Italia). Si tratta di una malattia genetica neurodegenerativa, che intacca la coordinazione dei muscoli e la capacità cognitiva, con conseguenze anche psichiatriche. Dopo 15 anni da operaio e altre esperienze come meccanico e magazziniere, Luca nel 2009 perde il lavoro. Da quel momento, solo qualche mese di stage (mai rinnovati) a 3 euro l’ora. Per anni tira avanti grazie all’aiuto (anche economico) della famiglia, degli amici e della fidanzata. Ma poi la relazione finisce, resta il mutuo della casa, e la malattia che avanza. Così senza lavoro, nonostante centinaia di curricula inviati tramite i centri per l’impiego, Luca deve sopravvivere solo con i 279 euro della pensione di invalidità.
«Già è difficile così, ma qui in ballo c’è anche la mia dignità» dice con difficoltà ed emozione «è una lotta quotidiana, vorrei lavorare e tornare a fare cose semplici, come poter offrire per una volta una birra agli amici». Eppure, in questa odissea, Luca ha trovato il sostegno dell’Anmic di Venezia. «Bisogna far sapere che la situazione è critica, e la storia di Luca è un emblema» fa il punto Bruno Vidal, presidente della sezione provinciale. «L’articolo 3 della Costituzione garantisce l’eguaglianza e la pari dignità sociale di tutti. Troppe persone invalide vivono dentro sacche di emarginazione sociale, e questa mancanza dello Stato provoca una ferita sanguinante alla democrazia». Ma allora cosa fare? «Servirebbe un coordinamento» continua Vidal «tra le associazioni di categoria (sordi, invalidi, ciechi), i centri per l’impiego, le Usl locali per monitorare gli ambienti di lavoro, l’ispettorato del lavoro e le amministrazioni locali. E poi una figura garante del dialogo tra queste componenti. Il solo collocamento obbligatorio mirato, previsto per legge, non basta». Una serie di proposte per sbrogliare situazioni di vita già di per sé complesse ma che, ammonisce l’Anmic, «non devono essere scuse dietro cui nascondersi».
Eugenio Pendolini
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia
Leggi anche
Video