«Invece di prelevare i ticket bastava andare in Tesoreria»

C’erano circa 27 milioni nella tesoreria dell'Asl 10, presso Veneto Banca, il giorno in cui i legali della famiglia Dissegna di San Stino hanno "prelevato" dalle casse ticket dell'ospedale di San Donà i primi 6.500 euro dei circa 600 mila dovuti per il risarcimento del caso di malasanità che ha riguardato Egidio Dissegna, 86enne di San Stino deceduto nel 2010. La famiglia ha vinto la causa con sentenza definitiva, ma l'assicurazione rumena cui si appoggiava allora l'azienda non ha ancora garantito tutti i soldi dovuti. Per questo l'avvocato Paolo Ferri di Oderzo e l'ufficiale giudiziario hanno ottenuto il titolo esecutivo per pretendere quei soldi in varie tranche, annunciando anche prossime visite agli ospedali di Portogruaro e Jesolo.
I familiari hanno presentato già ricorso al Tar Veneto per il giudizio di ottemperanza alla sentenza del Tribunale di Venezia e il risarcimento di 600 mila euro. Saranno dunque i giudici a "commissariare" e a far eseguire il pagamento con la nomina di un commissario "ad acta".
Il direttore generale, Carlo Bramezza, che sostanzialmente "eredita" questo grosso problema, svela alcuni retroscena dei giorni scorsi. «La Tesoreria dell'Asl 10», spiega, «aveva circa 27 milioni quel giorno presso Veneto Banca. I soldi potevano tranquillamente essere pignorati in quella sede, ma è stato scelto di prendere quelli delle casse per avere spazio sui giornali e farsi pubblicità. Sicuramente un'azione che non fa bene all'azienda, ai pazienti e ai cittadini». Alcuni si sono già ribellati e Antonio Balliana, ex sindacalista Cgil ed ex consigliere comunale, ha invitato i cittadini, qualora dovessero assistere ancora a certe scene in ospedale, a opporre una resistenza non violenta e impedire che siano presi in questo modo dei soldi pubblici. Ma i titoli esecutivi ci sono e la legge lo prevede.
L'Asl presenterà regolare opposizione, ma intanto con il commissario proseguirà questa azione di forza dei legali e della famiglia. Bramezza sarà questa settimana in Regione per discutere con il presidente Zaia, chiamato in casa più volte dalla famiglia che non ascolta ragioni e protesta per non essere stata invece finora ascoltata. Il rischio è che esploda un caso politico su una vicenda dai contorni ancora oscuri.
Giovanni Cagnassi
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