«Il ritorno della Mala? Non c’è un altro Maniero»

PADOVA. Francesco Saverio Pavone è uno dei “nemici” storici dell’ex boss della Mala del Brenta Felice Maniero: è il magistrato che ha assestato il primo colpo alla banda col processo che vedeva sul banco degli imputati una cinquantina di persone e 200 capi d’imputazione.
Da oltre un anno l’ex giudice istruttore e poi pm a Venezia, quindi procuratore a Belluno, è in pensione, ma conosce alla perfezione le dinamiche della Mala. E sulla sua possibile riorganizzazione esprime dubbi, anche perché - spiega - non c’è più un bandito della caratura di Maniero a guidarla. La criminalità da cui il Veneto deve guardarsi, avverte, è quella del traffico di droga e quanto all’infiltrazione mafiosa, la sottovalutazione c’è stata. Ma a far paura oggi nel territorio è anche la corruzione.
I batteri della Mala del Brenta sono ancora in circolazione e si stanno riorganizzando sull’asse Mestre-Venezia, ha sostenuto l’ex boss Felice Maniero in un’intervista al nostro quotidiano. Lei che la Mala la conosce nel profondo per averla combattuta, ritiene possa tornare a essere un pericolo per il Veneto?
«Premetto che non mi occupo di queste vicende dal 2008 e quindi non ho conoscenza diretta delle attività investigative recenti. Io però ho dei dubbi e non perché creda nella redenzione del gruppo, soprattutto di quello mestrino che era il più pericoloso della banda. Ma mi chiedo come possa Maniero sapere che si sono riorganizzati se lui non è più in zona e non fa più parte della malavita; non si sa da quali elementi concreti lo deduca. Questo non vuol dire che i mestrini non possano essersi riorganizzati una volta usciti dal carcere o che non abbiano mantenuto anche dalla cella una sorta di dominio, ad esempio sul Tronchetto».
Quindi la guardia va tenuta comunque alta?
«Va tenuta sempre alta perché quando si fa un vuoto, anche nel campo della criminalità, esso viene subito coperto. La banda Maniero è stata debellata nella sua complessità perché all’epoca ci furono 4-500 arresti. Però che le attività criminali continuino, questo può essere. D’altra parte il traffico di droga è una sorta di affare del secolo. E mentre con la banda Maniero, a Padova e Venezia, c’era un controllo del territorio per cui era difficile che gli estranei arrivassero, oggi c’è tanta malavita straniera che fa traffico di stupefacenti in territorio veneto e veneziano».
La Mala del Brenta, malavita “a chilometro zero”, è riuscita in qualche modo a contenere la penetrazione delle cosche meridionali?
«Non del tutto, ci sono stati degli apparentamenti. All’epoca di Maniero, mafiosi, ’ndranghetisti e camorristi si sono introdotti nel territorio facendo affari con lui. La Mala ha stretto alleanze, non ha costruito una diga. Al casinò ci fu la “notte dei cambisti” e si introdussero i siciliani con Mario D’Agnolo; c’erano i traffici con il clan Fidanzati per eroina e cocaina; con i Giuliano per la cocaina».
Facevano più paura la Mala, a cui venne contestata per la prima volta in Veneto il 416 bis sull’associazione di stampo mafioso, oppure le cosche del sud?
«La Mala del Brenta faceva paura perché Maniero aveva imposto con i suoi luogotenenti il controllo del territorio per cui chi sgarrava pagava. L’omertà che c’era all’epoca di Maniero non era seconda a quella mafiosa o camorrista. Ed era quasi assoluta. Ricordo che quando, con le attività di indagine, ci si avvicinava a Maniero, si trovava il silenzio assoluto e neppure una confidenza. C’era timore e terrore e anche nei confronti dei mestrini non è mai arrivata alcuna accusa».
L’indagine sulla Mala fu quindi fu molto difficile.
«Sì, perché soprattutto il primo processo venne istruito senza collaboratori. A parte la confessione di una decina di rapine da parte di una persona».
Ma secondo lei oggi è possibile nel territorio un nuovo Felice Maniero, un altro criminale di quel calibro?
«Quando parlo di Maniero, nonostante sia stato uno degli artefici della sua disfatta, può sembrare che ne sia quasi un estimatore perché sostengo che era persona di intelligenza fuori dal comune. Realizzare e organizzare una banda come ha fatto lui, così giovane, con metodi mafiosi e tenendo testa a personaggi di ben diverso spessore criminale, vuol dire aver avuto un’intelligenza criminale superiore. Trovare oggi uno come lui, che riesca a porre in essere un’organizzazione ferrea e omertosa con il controllo totale del territorio del Veneziano e di parte del Padovano, lo trovo piuttosto difficile. Se ci fosse stato un personaggio di tale spessore criminale, in questi 25 anni che Maniero è sparito dalla circolazione, ebbene, sarebbe emerso. Invece abbiamo visto una diffusione capillare di vari tipi di criminalità: albanesi, nigeriani e ora calabresi».
La Commissione parlamentare antimafia, nella sua recente relazione, ha messo in guardia il Veneto sui pericoli dell’infiltrazione mafiosa e ha parlato di una sottovalutazione del fenomeno. Condivide la preoccupazione?
«Ricordo che negli anni ’90 venne una Commissione antimafia a Venezia e io feci presente in quell’occasione il rischio di sottovalutazione. Il Veneto, come altre regioni del Nord, era zona in cui la malavita organizzata riciclava il denaro provento dei delitti; quindi era nel suo interesse tenere il profilo basso. Non emergendo fatti eclatanti, l’attenzione delle forze dell’ordine era un po’ più bassa».
Ma abbiamo nel territorio gli strumenti investigativi per contrastare le infiltrazioni?
«È una lotta impari perché le indagini tributarie richiedono un’attività molto lunga e capillare e spesso incompatibile con la movimentazione veloce di capitale che fa la mafia. Con un clic sul computer trasferisce i conti da un Paese all’altro, mentre noi per avere documenti da una banca aspettiamo mesi. E poi servirebbe più personale».
I veneti hanno gli anticorpi per respingere infiltrazioni mafiose?
«In genere sì, ma a volte il cittadino comune non si pone il problema del riciclaggio. E, per esempio, va a comprare i prodotti dove spende meno, inconsapevole che si tratti magari di un’attività di riciclaggio. Anche perché gli mancano le informazioni: per effetto della privacy i nomi sono puntati, la ditta non viene menzionata. Sotto il profilo giudiziario questa riservatezza non va bene».
Il Veneto degli anni Ottanta e Novanta era quello della Mala del Brenta, nel nuovo millennio c’è la corruzione con il maxi scandalo Mose.
«La corruzione è un fenomeno molto più esiziale della stessa mafia. Sostanzialmente è una mafia dei colletti bianchi, di persone insospettabili. E il Veneto non è esente dai fenomeni corruttivi. Perché meravigliarsi del Mose in un Paese in cui quando si fa un appalto esso triplica o quintuplica? La vergogna più grossa è che, a differenza dei altri Paesi europei in cui il corrotto viene colpito con severità, qui spesso non si va neppure in galera. Il criminale comune viene condannato e va in carcere, chi ruba centinaia di migliaia di euro si prende una pena ridotta che finisce nei limiti della condizionale. E così sembra quasi che alla fine più rubi e meno paghi: è un sistema che non funziona e per questo ci vuole maggiore severità».
La Commissione parlamentare antimafia, nella sua recente relazione, ha messo in guardia il Veneto sui pericoli dell’infiltrazione mafiosa e ha parlato di una sottovalutazione del fenomeno. Condivide la preoccupazione?
«Ricordo che negli anni ’90 venne una Commissione antimafia a Venezia e io feci presente in quell’occasione il rischio di sottovalutazione. Il Veneto, come altre regioni del Nord, era zona in cui la malavita organizzata riciclava il denaro provento dei delitti; quindi era nel suo interesse tenere il profilo basso. Non emergendo fatti eclatanti, l’attenzione delle forze dell’ordine era un po’ più bassa».
Ma abbiamo nel territorio gli strumenti investigativi per contrastare le infiltrazioni?
«È una lotta impari perché le indagini tributarie richiedono un’attività molto lunga e capillare e spesso incompatibile con la movimentazione veloce di capitale che fa la mafia. Con un clic sul computer trasferisce i conti da un Paese all’altro, mentre noi per avere documenti da una banca aspettiamo mesi. E poi servirebbe più personale».
I veneti hanno gli anticorpi per respingere infiltrazioni mafiose?
«In genere sì, ma a volte il cittadino comune non si pone il problema del riciclaggio. E, per esempio, va a comprare i prodotti dove spende meno, inconsapevole che si tratti magari di un’attività di riciclaggio. Anche perché gli mancano le informazioni: per effetto della privacy i nomi sono puntati, la ditta non viene menzionata. Sotto il profilo giudiziario questa riservatezza non va bene».
Il Veneto degli anni Ottanta e Novanta era quello della Mala del Brenta, nel nuovo millennio c’è la corruzione con il maxi scandalo Mose.
«La corruzione è un fenomeno molto più esiziale della stessa mafia. Sostanzialmente è una mafia dei colletti bianchi, di persone insospettabili. E il Veneto non è esente dai fenomeni corruttivi. Perché meravigliarsi del Mose in un Paese in cui quando si fa un appalto esso triplica o quintuplica? La vergogna più grossa è che, a differenza dei altri Paesi europei in cui il corrotto viene colpito con severità, qui spesso non si va neppure in galera. Il criminale comune viene condannato e va in carcere, chi ruba centinaia di migliaia di euro si prende una pena ridotta che finisce nei limiti della condizionale. E così sembra quasi che alla fine più rubi e meno paghi: è un sistema che non funziona e per questo ci vuole maggiore severità».
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