Il ministro Bonisoli: «No a Venezia come Las Vegas: meno alberghi, più centri culturali»

Il resposonsabile dei Beni culturali: «La città torni a essere un centro di produzione, con nuovi veneziani che vivano qui» . Sulle navi da crociera: "Non distruggiamo un bene economico, ma siano più piccole"

Il ministro Bonisoli: "A Venezia, meno alberghi e più centri culturali"

VENEZIA. «A Venezia servirebbe un albergo in meno e un centro di produzione culturale in più: richiamerebbe professionisti, artisti, che porterebbero a Venezia le loro famiglie». E, ancora: «Il rischio che corre oggi Venezia è di trasformarsi in Las Vegas: ha bisogno di produzione culturale e artigianale, di persone che lavorino e vivano qui, venendo anche da altre città, non può permettersi di diventare un enorme hotel, un ricettacolo di b&b: è un problema serio che stiamo vivendo». E i varchi? «Sono un problema tecnico, come guardare il dito e non la luna». Il ministro per i Beni culturali Alberto Bonisoli è venuto più volte in città: dopo l’Archivio di Stato, in questi ultimi giorni è stato negli uffici della Soprintendenza a Palazzo Ducale, ha visitato le Gallerie dell’Accademia, poi, la Mostra del Cinema. Così risponde alle domande, tra le Gallerie e il Lido.

Ministro, ormai si sarà fatto un’idea di Venezia: quale?

« Mi chiedo cosa sarà Venezia tra 10 anni. La paura, il dubbio è che si dia importanza - giusta, per carità - a quella che è una convenienza economia immediata e non si abbia una visione di più lungo periodo»

Lei ha detto: “Direi al sindaco meno alberghi e più poli culturali”: cosa significa in concreto?

«La mia domanda è quanti turisti vogliamo a Venezia?»

Ce lo dica: è possibile fissare un numero?

«Io sono un libertario, ma ci sono esperti che dicono tranquillamente quanti turisti Venezia può assorbire, in quali periodi e anche in che posti. Venezia ha un turismo strano, concentrato in certe zone.



Se gli esperti fissassero un tetto - come hanno già fatto Ca’ Foscari, stabilendo 52 mila visitatori - la conseguenza sarebbe il numero chiuso: è d’accordo?

«Venezia è sito Unesco e mi pare che la città abbia promesso di prendere alcuni provvedimenti, tra poco c’è la verifica e si vedrà su cosa siamo carenti. È un problema nostro: non voglio scaricare sul sindaco».

Un’idea concreta?

«L’Arsenale ottocentesco ha un’enorme possibilità, come Berlino e Londra, per realizzarvi mini quartieri dove si affittano a prezzi stracciati uffici, si porta la fibra ottica, il pubblico paga le bollette: qui si trasferiscono nerd, gente strana che fa nuovi mestieri strani, porta la famiglia, o cambia famiglia, beve una birra la sera, ricrea tessuto vivibile. Venezia deve avere un ruolo maggiore nella produzione culturale qui in città. Benissimo mostre, eventi, turismo, ma - esattamente come il Tintoretto che i suoi quadri li faceva qui per venderli nel mondo - il sindaco dovrebbe operarsi perché si individuassero all’interno della città zone per le produzioni, la digitalizzazione, la creazione di opere d’arte, culturali in maniera permanente, perché le persone che le fanno possano vivere qui. Venezia è piena di spazi: per questo, suggerirei un albergo in meno».

Poi ci sono le mega navi da allontanare dal Bacino di San Marco e qui è il governo a dover prendere una decisione...ma sono sempre lì.

«Il mio ministero per assurdo è il meno coinvolto: Venezia è la seconda città per il settore crocieristico in Italia e sta crescendo sempre più. Va valorizzato il benessere economico che questo settore porta alla città: ragioniamo come farlo. Faccio un esempio, io vengo dalla campagna: non dobbiamo fare i soldi macellando le vacche da latte. Se sfruttiamo in maniera non saggia il patrimonio di Venezia, il rischio è che massimizziamo il risultato economico immediato e tra qualche anno piangeremo. Qualche giorno fa gli albergatori si lamentavano di avere le stanze vuote: amo i beni culturali, ma quando a Venezia gli alberghi sono vuoti, il rischio è che diventi un luogo dove il turista arriva, fa un passeggio e va è forte. È questo che i cittadini vogliono? E torniamo al discorso delle grandi navi».

Dunque, che fare?

«Ci sono fior di esperti: li chiudiamo in una stanza, i politici facciano un passo indietro, stiano buoni e aspettino che gli esperti offrano due, tre alternative. Poi la politica scelga e agisca. L’ultima cosa che voglio perdere è il valore economico della crocieristica. Ecco perché la mia idea è limitare il tonnellaggio: ci sono passeggeri che vanno in navi più piccole, attratti da un turismo di qualità. Solo un irresponsabile può fare avvicinare quelle più grandi a un patrimonio simile. Venezia vive e avrà un futuro se chi vive qui esce, lavora, va in farmacia, in pescheria: se vivessi qui non vorrei che altri decidessero per me». —




 

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