«Il lavoro in carcere fondamentale per la rieducazione»

Gabriella Straffi dirige la struttura femminile. Alla vigilia della pensione si racconta: «I suicidi? Sconfitta per tutti»
Di Nadia De Lazzari

Gabriella Straffi da oltre trent’anni è la direttrice del carcere femminile della Giudecca. Originaria di San Benedetto del Tronto, è laureata in giurisprudenza. Alla vigilia della pensione, mentre le detenute sono tristi per la sua prossima partenza, lei fa il bilancio della lunga attività lavorativa. La direttrice affronta le problematiche, esamina le sconfitte, ammette gli errori, scommette sul futuro.

Direttrice Straffi, può rievocare l’arrivo in laguna in qualità di vice direttrice nelle tre strutture: casa di lavoro, carcere femminile della Giudecca, carcere maschile Santa Maria Maggiore?

«Dopo un triennio nel carcere di Rovigo tornai a Venezia. Era il 1984».

E non se n’è più andata.

«La città mi ha incantata. È stato amore a prima vista».

Quali sono i princìpi base per la vita in carcere e quali lezioni si imparano?

«Ne elenco tre: il lavoro, l’umanizzazione della pena, la trasparenza La vita in carcere mi ha insegnato ad essere veri, onesti, umili, ascoltare le persone - tutte - perché ognuna ha una storia, un volto, una cultura, una religione».

Può descrivere i primi anni con le “lavorazioni” funzionali all’amministrazione?

«La Casa di lavoro era dotata di falegnameria, officina del fabbro, sartoria, calzoleria. Circa 80 detenuti costruivano armadi, tavoli, sgabelli in legno, oggetti in ferro, confezionavano pigiami, tute, realizzavano e riparavano scarpe. C’erano delle belle competenze. Purtroppo ne ho vissuto la dismissione perché l’amministrazione non era più in grado di sostenerne i costi e non siamo più riusciti a riaprire. Tutti i detenuti-operai avevano un’opportunità di lavoro e percepivano un salario che, com’è attualmente, non era inferiore ad un terzo rispetto a quello corrispondente di pari qualifica. Con il lavoro cambia la filosofia e la vita in carcere acquista umanizzazione, risocializzazione, rieducazione».

Cosa succede dopo il 1986 con l’approvazione della legge Gozzini nata per valorizzare l’aspetto rieducativo e non quello punitivo?

«La svolta. Il carcere spalanca le porte alla città e favorisce gli incontri con l’esterno: il mondo del volontariato, quello delle cooperative, l’ortocoltura biologica, la sartoria, la lavanderia, il teatro. Da allora, ma troppo lentamente, le condizioni migliorano. Per noi sembrava un sovraccarico, per tutti è diventato un beneficio».

In carcere, si sa, la vita non è rosa. Ci sono i gesti disperati.

«Ogni suicidio rappresenta una sconfitta e una tristezza. Ci sono anche gli errori. Quelli che ho commesso sono stati causati dal sovraccarico di lavoro».

Può darci alcuni dati numerici della struttura?

«Ospita 70 donne e tutte hanno un’occupazione. Il 65 per cento è straniero e proviene dai Paesi dell’Est. Il carcere femminile della Giudecca è l’unico in Italia che ospita detenute in misura di sicurezza che scontano un ergastolo cosiddetto “bianco”».

Come ha scelto di vivere il carcere?

«Ho scelto di vivere molto la sezione, poco l’ufficio. Dalla mia quotidianità non escludo nessuno. Nel tempo il carcere, antico convento dalle mura inaccessibili guidato dalle suore agostiniane, ha subìto grandi trasformazioni, dal silenzio e dal deserto attorno a sé all’integrazione con il territorio. Ma ci sono voluti anni per capire e far capire che è parte della città e che l’isolamento fa male».

Un lavoro duro e non facile il suo: quali le reazioni dei familiari?

«Ho una splendida famiglia, un marito e due figli che mi sono sempre vicini».

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