«Forti a rischio abbandono non perdiamo i fondi Ue»

Nei giorni in cui si consente agli appassionati di visitare le fortificazioni veneziane (vedi box a lato) si alza il grido d’allarme per la rete degli antichi forti della Serenissima, o per le strutture realizzate in seguito dagli austriaci che versano in completo stato di abbandono. Strutture che invece, sostengono gli appassionati e gli studiosi, avrebbero molto da dire, specie se li si guarda in un contesto di rete museale e storica, con la realizzazione di spazi culturali, multimediali, espositivi e anche la creazione di attività economiche collegate a una forma di turismo specifica. Ora invece sono solo strutture sepolte dai rovi, per lo più dimenticate, quasi tutte in mano ancora al Demanio, rappresentando un patrimonio storico e un potenziale elemento di rilancio economico per le due isole.
«La storia è importante», sottolinea Andrea Grigoletto, tesoriere dell'Istituto dei Castelli e profondo conoscitore delle strutture fortificate venete. «Far capire che lungo i litorali ci sono testimonianze storiche preziose delle difese a mare di Venezia dal '500 in poi, come i forti di San Nicolò, Alberoni, Ca' Roman e San Pietro in Volta, e anche quelli austriaci non ha valore. La vera sfida è avviare progetti per il loro recupero. Dal Lagazuoi al Lago di Garda e a Venezia abbiamo elaborato come Istituto dei Castelli un piano strategico di sviluppo culturale da implementare, presentato già all'ex sub-commissario Scognamiglio lo scorso anno, ma che è rimasto lettera morta.
Poi lo abbiamo ripresentato al sindaco Brugnaro, apparso invece molto interessato, solo che per i forti del Demanio serve una acquisizione con il meccanismo del federalismo demaniale culturale, cioè gratis. Un domani pure in quelli di Lido e Pellestrina si potrebbero sviluppare attività economiche e servizi che rientrano nel codice dei beni culturali e del paesaggio. Sono tutte strutture vincolate, vanno tutelate ma con servizi accessori per agevolare la fruizione da parte dei cittadini».
La Batteria Emo di Ca' Bianca, ad esempio, risanandola potrebbe diventare un luogo ideale anche per eventi legati anche alla Mostra del Cinema, invece ora è solo un rifugio per pantegane e nutrie. Il Comune può però cambiare rotta. «Fino al 2015 i fondi europei destinati ai forti sono stati spesi anche per altre attività, non solo per recupero e restauro», aggiunge Grigoletto. «Ora c'è da prendere al volo l'ultimo treno disponibile per i fondi comunitari 2014-2020, e il Comune deve decidere se salirci o meno. Il sindaco ci ha detto che è con noi, ma si deve agire in fretta».
E tra i tanti casi del Lido c'è quello del Ridotto austriaco ottocentesco di San Nicolò. «Quello nei confronti delle fortificazioni militari è un atteggiamento che fa parte della mentalità sviluppatasi all'inizio Novecento», afferma Daniela Milani Vianello, storica del Lido. «In seguito è subentrato un vuoto di attenzione per questi edifici che vengono abbattuti, venduti, sotterrati, soffocati dalla vegetazione, come pure soffocata è la loro conoscenza da parte dei cittadini. Ora i cartelli che indicavano in Ridotto nella zona di San Nicolò sono stati perfino danneggiati, con il bianchetto passato sulle indicazioni per trovarlo e tentare di avvicinarsi. Un altro modo, al limite della decenza, per cancellare il ricordo del meraviglioso patrimonio militare dell'isola».
Simone Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia