Don Flavio, parroco di Spinea, sperperava i soldi al Casinò

Il prete ludopatico ha patteggiato due anni con la sospensione della pena
La cerimonia di insediamento nel 2014
La cerimonia di insediamento nel 2014

Spinea. «Don Flavio interrompe da oggi il suo servizio in parrocchia: una situazione di affaticamento e logoramento lo ha convinto a chiedere ai superiori un periodo di riposo»: così nell’ottobre 2016 la comunità della parrocchia dei santi Vito e Modesto aveva saputo dal vicario foraneo dell’addio del parroco.

Dietro le parole di circostanza, una realtà ben più grave, finora rimasta coperta da segreto, che è diventata un’inchiesta penale coordinata dalla pubblico ministero Elisabetta Spigarelli. Don Flavio Gobbo, originario di Preganziol, è stato indagato per appropriazione indebita: circa 500 mila euro della parrocchia che il sacerdote ha sperperato tra il gioco delle carte e il Casinò. Un turbine che si era fermato solo quando il Consiglio per gli affari economici della parrocchia si era accorto del grave ammanco.

Nei giorni scorsi don Flavio Gobbo ha patteggiato due anni, con la sospensione della pena, davanti al gip veneziano David Calabria. L’accordo sulla pena è stato trovato tra il suo avvocato, Barbara De Biasi, e la pubblico ministero Elisabetta Spigarelli. Un patteggiamento che è stato possibile a fronte di una doppia condizione imposta dalla Diocesi di Treviso, a cui Spinea fa capo: un accordo transattivo in virtù del quale il sacerdote sta già restituendo i soldi alla parrocchia e l’avvio in modo volontario e non obbligatorio di un percorso di cura in una struttura per persone che soffrono di problemi di ludopatia.

La restituzione del denaro alla comunità dei santi Vito e Modesto è iniziata già alla fine del 2016 in base a un accordo in cui la Diocesi ha fatto da garante e finora don Flavio non ha mai sgarrato i pagamenti mensili. Il prete è poi seguito in una struttura specializzata: dopo aver ammesso le sue responsabilità, ha deciso che l’unica strada possibile fosse quella di farsi aiutare e farsi curare.

Una linea, questa, condivisa con il vescovo di Treviso Gianfranco Agostino Gardin. Ieri dal Palazzo Vescovile di Treviso è stata diffusa una nota sul caso: «Don Flavio Gobbo, in questo periodo di sospensione del ministero concordato con il vescovo è sempre rimasto in contatto con i suoi superiori e con i suoi confratelli sacerdoti che non lo hanno mai abbandonato, offrendogli l’aiuto e il sostegno necessario. Egli ha accettato sin da subito di sottoporsi ad un impegnativo programma terapeutico riabilitativo in un centro specializzato per curare una forma patologica di disturbo da gioco d’azzardo (ludopatia), una dipendenza che, si è visto, può coinvolgere chiunque.

Questa patologia è molto più diffusa di quanto si possa pensare o si voglia riconoscere. Una volta riconosciuta, essa necessita di un aiuto specialistico e di un contesto umano e comunitario di supporto. Infatti, è tipico di questi disturbi negare o minimizzare il problema e illudersi di uscirne da soli. In questo lungo e faticoso percorso don Flavio è stato sostenuto principalmente dalla preghiera ma anche dalla volontà di tornare presto a svolgere il suo ministero nel quale non ha mai smesso di riconoscersi».

All’epoca della fuga del parroco era girata la voce che potesse essere una donna misteriosa, forse la perpetua, a essere vittima della febbre del gioco d’azzardo, o ancora che il sacerdote avesse voluto aiutarla, tanto da svuotare le casse della comunità cristiana. Nulla di tutto ciò. Nessuna donna misteriosa nella vita di don Flavio, solo una malattia che lo ha portato a giocarsi circa mezzo milione di euro tra carte e Casinò.

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