Cinque migranti indagati per la rivolta di Conetta

VENEZIA. Cinque migranti ospiti dell’ex base militare di Conetta sono stati iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di violenza privata per la rivolta scoppiata tra lunedì 2 e martedì 3 gennaio, nelle ore successive alla morte (per cause naturali) della 25enne ivoriana Sandrine Bakayoko. Nella mattinata di venerdì, la stretta sulle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Adelchi D’Ippolito e dalla pubblico ministero Lucia D’Alessandro.
Gli indagati sono tre cittadini originari del Mali e due della Costa d’Avorio, uno di 33 anni e gli altri di età compresa tra i 20 e i 24 anni, ospiti del centro di accoglienza di Cona. L’identificazione dei cinque migranti è arrivata grazie al lavoro degli uomini della Digos della Questura di Venezia che hanno visionato le riprese di quelle ore concitate, con i migranti che erano usciti dalla base per protestare per la morte di Sandrine e contro le condizioni di vita all’interno della struttura.
La Procura aveva più volte ribadito nei giorni scorsi che prima di emettere provvedimenti a carico di qualcuno si sarebbe dovuti arrivare all’identificazione certa, evitando di sparare nel mucchio. Questo perché la rivolta si è consumata di notte, in presenza di un gran numero di persone, quindi l’identificazione non sarebbe stata semplice.
VIDEO: protesta in Prefettura dei No Global "Smantelleremo tutti i Cie, mattone per mattone"
Ai cinque migranti viene contestato di aver impedito l’accesso all’ex base dei furgoni per il trasporto del cibo e l’uscita degli operatori della cooperativa, oltre che di aver bloccato l’approvigionamento dell’energia elettrica. Per il momento non è stato contestato agli stranieri il ben più grave reato di sequestro di persona, come invece si era ipotizzato in un primo momento. Gli stessi operatori sentiti dagli investigatori, infatti, avrebbero confermato di non essere stati chiusi con la forza nella struttura durante la rivolta. Non è stato contestato ai migranti al momento nemmeno il danneggiamento.

Ma, come ha sottolineato il procuratore aggiunto D’Ippolito, «Non si escludono altre identificazioni». Il gruppo dei “capi” della rivolta, infatti, era composto da una trentina di persone e proprio su di loro si sta concentrando sin dalle prime ore il lavoro degli uomini della Digos. Va detto, tuttavia, che l’assenza di accordi diplomatici tra l’Italia e i Paesi del Centro Africa, tra cui appunto la Costa d’Avorio e il Mali, per l’espulsione e il rimpatrio dei non aventi diritto all’asilo, fa sì che difficilmente si potrà procedere con l’allontanamento degli eventuali responsabili. Le indagini da parte della Procura lagunare, comunque, non si fermano. Si attendono i riscontri medico-legali da parte del dottor Silvano Zancaner, chiamato a fugare ogni eventuale dubbio sulla salute di Sandrine e sul suo decesso. Al momento non è emerso nulla, infine, sulla gestione del centro di accoglienza.
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia