«Ci trattano come degli animali. Perché?»

La cronaca della marcia dei disperati al freddo: un anno passato nei tendoni in plastica. "Il prefetto ci riceverà, lui è una persona giusta"

CAMPOLONGO. «Marciamo per la nostra dignità, ma anche per quella dell'Italia e degli italiani. Cona è una vergogna e va chiusa». È quasi mezzanotte. I manifestanti dalla base di Conetta, circa duecento persone, sono arrivati a Santa Margherita nel tardo pomeriggio e qui sono stati bloccati dalle forze dell'ordine.

Il corteo per i diritti dei rifugiati bloccato dalla polizia

La questura aveva chiesto alla cooperativa di mandare due pullman, per riportarli indietro, ma loro non hanno voluto rientrare e i pullman sono diventati rifugi per la notte. Non per tutti, però. Alcuni sono costretti a dormire all'addiaccio, stesi tra gli zaini e protetti da qualche coperta.

Una scelta difficile da capire: la manifestazione c'è stata, tutti l'hanno vista, domani sarà sui giornali, perché rischiare una polmonite? «A Cona non si può vivere: chi protesta viene minacciato di espulsione. Non vogliono persone intelligenti, vogliono solo animali che obbediscono».

A parlare, a nome di tutti, è Kaba, un profugo della Guinea Conakry. Lui parla solo francese ma Francesca, una ragazza delle Usb fa da interprete. Un gruppo di sindacalisti, infatti, è arrivato qui per aiutare questi ragazzi con cui la loro organizzazione è in contatto da tempo, soprattutto dopo la morte di Sandrine Bakayoko.

«Gli abbiamo portato dei tranci di pizza calda», dicono, «domani arriveranno altri nostri compagni da Bologna, con altri rifornimenti. Cerchiamo di dargli una mano». E una mano è arrivata anche dalla vituperata cooperativa che ha mandato acqua, in bottigliette da mezzo litro, pane e delle scatole di sardine. «È la prima volta che ci danno acqua in bottiglia», dice Kaba, «al campo solo ai malati, gli altri a un rubinetto».

L'appello: "Incontriamo a Venezia chi marcia per la dignità e la speranza"

Questa è solo una delle lamentele della difficile vita quotidiana sotto i tendoni di plastica, ma la più importante riguarda i tempi di attesa per i "documenti", il permesso di soggiorno che potrebbe cambiare la vita di ognuno di loro.

«Tutti noi siamo in attesa da un anno, in media. Restiamo a Cona senza fare nulla. Dormire, mangiare, ma niente italiano, niente lavoro, niente integrazione». E adesso non vogliono più aspettare: «Tante volte ci hanno promesso che Cona sarebbe cambiata, ma non non è mai successo. Noi siamo grati all'Italia che ci ha accolti. Amiamo gli abitanti di Conetta e non vogliamo creare problemi a nessuno ma ora vogliamo andare a parlare con il Prefetto. Lui ha il potere di risponderci. Arriveremo a Venezia, in piazza San Marco e dovrà riceverci».

E se non lo fa? «Il Prefetto è una persona giusta e verrà a parlare con noi. Siamo sicuri». 

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