Centro ricerca sulla fusione nucleoare a Marghera, investimento da 500 milioni per 1.500 addetti

Francesco Gnesotto prorettore del Bo: «La Posta in gioco è altissima, ma ne vale la pena»

PADOVA . «Quello che Venezia si candida a ospitare» spiega il professor Francesco Gnesotto, già prorettore vicario dell’Università di Padova e presidente del consorzio che riunisce tutti gli attori italiani del progetto Iter (un esperimento internazionale sulla fusione che trova a Padova un’importante base scientifica) «è un laboratorio scientifico-tecnologico fra i più grandi d’Europa che prevede investimenti pubblici e privati per 500 milioni di euro e l’impiego di oltre 1.500 persone, altamente specializzate. Il capofila è l’Enea, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, ma i partecipanti sono molti: per la gestione del progetto sarà creata una specifica entità giuridica, molto probabilmente un consorzio».



L’impresa ha un nome complesso: Divertor tokamak test (Dtt). «Il nome suona male» scherza Gnesotto «purtroppo ricorda il ddt. Ci impegneremo per trovarne uno migliore». Di fronte a un progetto di simile portata, del resto, sul nome si può sorvolare: sarà un’infrastruttura strategica per segnare un passo in avanti nella lunga tabella di marcia verso la fusione. Una nuova forma di energia nucleare, pulita e senza rischi, che il mondo intero mira a mettere a frutto. Il bando, predisposto dall’Enea, era aperto a tutte le regioni italiane e i candidati sono dieci: «L’università di Padova ha un nucleo di persone consistente che lavora sulla fusione» spiega Gnesotto «e storicamente si occupa di fusione da molto tempo. Avremo tuttavia dei validi rivali: uno fra tutti è il laboratorio di Frascati, in Lazio». Gli sforzi per portare a casa il risultato saranno massimi, anche perché la posta in gioco è alta: «Solitamente l’indotto per i progetti di ricerca di questo livello è pari a quattro o cinque volte il finanziamento» dice Gnesotto «quindi si parla di due miliardi. Soldi che serviranno per produrre soprattutto componenti e macchinari: le aziende venete hanno già collaborato a progetti importanti e, in più, la nostra zona ha il solido sostegno di tre atenei prestigiosi. Localizzare la struttura a Porto Marghera significherebbe collocarla in un contesto con un intenso sostrato culturale e con un tessuto industriale ben sviluppato: ricordo, solo per fare un esempio, la Simic, che ha sede proprio lì, e ha già prodotto le componenti più grandi del reattore Iter». La scadenza per le candidature è fissata al 31 marzo, poi passeranno un paio d’anni per il progetto esecutivo. L’esperimento potrebbe partire nel 2025.

Silvia Quaranta
 

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