"Blade Runner 2049", un degno erede

Villeneuve amplifica il disegno contenuto nella pellicola girata da Ridley Scott nel 1982. E lascia aperte le porte a un probabile sequel

Blade Runner 2049 non delude le aspettative: un degno erede

VENEZIA. "Blade Runner 2049" è il degno erede del film di Ridley Scott del 1982, anche se non svela tutti gli interrogativi e lascia aperte le porte a un sequel probabile.

Se il vecchio "Blade Runner" aveva scompaginato i generi, mescolandoli e inserendo temi filosofici sulla dignità della vita e la necessità dell'amore anche tra creature di laboratorio, il film di Villeneuve porta sullo schermo argomenti biblici come sacrificio e redenzione, che ruotano attorno alla figura salvifica di un bambino, figlio di replicanti.

Una scoperta che l'agente Rysn Gosling, fa all'indomani di un'esecuzione di uno degli ultimi replicanti senza limiti di longevità, e che riporta alla ribalta la figura di Harrison Ford, ormai specializzato nei ruoli di padre - fisico e nobile - di giovani protagonisti in sequel stellari.

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La Los Angeles di Villeneuve è più ordinata e pulita della precedente, ma non meno plumbea e piovosa, segnale di una pesantezza esistenziale, aggravata dalla perdita di memoria connessa a un lungo blackout. I personaggi si muovono in un deserto anafettivo che la luce ocra amplifica, rendendole creature solitarie più ancora dei replicanti di Scott. E alle architetture degradate, in cui ancora ologrammi di donne seducenti richiamano alla perdizione i passanti, si alternano rifugi pieni di libri e sopravvissuti che citano Nabokov ("Fuoco pallido") e Stevenson ("L'isola del tesoro"). Il mondo dei prossimi cinquant'anni appare drammaticamente disastrato, ma la speranza di una nuova, possibile, vita tiene desta la speranza.

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