Biennale, la gioia dell'arte invade Venezia

Al via la giostra della mostra internazionale (e collaterali) che dai Giardini all'Arsenale, invade la città con 260 appuntamenti
Una delle opere esposte all'Arsenale
Una delle opere esposte all'Arsenale

Biennale d'arte al via, passeggiando tra le opere all'Arsenale di Venezia

VENEZIA. Al grido di battaglia “Viva Arte Viva” - se sia un’esortazione o un esorcismo lo sapremo presto - si disvela la 57esima Esposizione Internazionale d’Arte, l’ape regina del pianeta Biennale, l’evento globale dai fianchi generosi che quest’anno accoglierà 86 Paesi (incluso Kiribati, una semina di isole nel blu dell’Oceania con 112 mila abitanti), 23 Eventi Collaterali, 120 artisti tra i Giardini e l’Arsenale di cui 103 esordienti, 5 mila giornalisti, una folla di ministri, una collana di yacht tra Riva Sette Martiri e le Zattere e la consueta giostra di feste sulla quale tutti vorranno salire e dalla quale, tra cinque giorni, in punta di Louboutin, tutti dovranno scendere.

Una delle opere esposte all'Arsenale
Una delle opere esposte all'Arsenale

Nel furore della settimana inaugurale (fino a venerdì la vernice, sabato l’apertura ufficiale) i numeri ballano anche agli occhi di chi di queste cose se ne intende. Per arrivare a mettere insieme 260 location significa che si è dato fondo a tutto ciò che in laguna era calpestabile, dalle chiese sconsacrate ai vecchi magazzini, dai sottoscala ai piani nobili dei palazzi, dalle terrazze alla melma del Canal Grande da dove, come Moby Dick, spunteranno fuori le due gigantesche mani bianche opera di Lorenzo Quinn, a dimostrazione che nei giorni di Biennale non si butta via niente perché tutto, nell’effimero della bellezza, vale per quel che esibisce.

Mostre della Biennale, un affare da 30 milioni

L’arte sublime della Biennale arte, in fondo, è proprio questa. È la sua capacità di accogliere e di moltiplicare, di nobilitare cosine da niente, di far sentire immensi gli ignoti artisti di Antigua e Barbuda, di guardare con benevolenza alla fioritura tropicale di mostre nei musei e nelle gallerie, di togliere la polvere da angoli di città semisconosciuti agli stessi veneziani e di trasformare tutto l’ambaradan in un affare da 30 milioni di euro.

Venezia risplende di ciò che, oltre a salvarla, le riesce meglio. La cultura nelle sue infinite declinazioni, l’impossibilità di non esserci, la sovrapposizione ipercinetica degli eventi: Philip Guston alle Gallerie dell’Accademia, Pierre Huyghe all’Espace Vuitton, a Ca’ Corner della Regina, da Miuccia Prada, il progetto transmediale dal titolo catastrofico “The boat is leaking. The captain lied” di (ancora) incerta comprensione, quattro mostre alla Fondazione Querini Stampalia tra cui quella dedicata al diamante lilla più prezioso del mondo di comprensione elementare; e ancora i progetti espositivi a San Giorgio, che diventerà un’isola nell’isola dell’arte, con “Alighiero Boetti Minimum/Maximum”, il progetto di Bryan Mc Cormack sui rifugiati, le tre mostre in collaborazione con la Fondazione Faurschou dedicate a Rauschenberg, Rauschenberg e Warhol, Paul McCarthy e Christian Lemmerz e, soprattutto, “Qwalala”, l’installazione site-specific dell’americana Pae White, un muro di 75 metri realizzato con lingotti di vetro colati a mano secondo l’ordine di un algoritmo.

In questo delirio annunciato, voluto, e quindi rassicurante, in una città che scoppierà di gente ma anche di salute, l’arte in senso stretto perderà i suoi confini. Diventerà musica nel padiglione della Francia trasformato in una scultura-studio di registrazione, virerà sul cinofilo nel padiglione della Germania dove è prevista una performance con due doberman (vivi, già scattata la denuncia degli animalisti), palpiterà del “Mondo magico” di Cecilia Alemani al Padiglione Italia, guarderà al solidale con l’americano Mark Bradford che esporrà le borse delle detenute della Giudecca (salvo poi festeggiare con un gala a Palazzo Ducale), si farà rito di guarigione nel padiglione degli sciamani alle Corderie, dove, chi vorrà, potrà provare.

Ecco allora che l’arte si caricherà di molteplici significati e infinite prospettive, come se sotto l’insegna rosso fuoco della Biennale, stringendosi un po’, ci fosse posto per tutti; sicuramente per Flavio Favelli, che in via Garibaldi ha apre il suo negozio metafisicio “Univers” con commessi di mezza età e pezzi d’arte low cost; o per il catalano Antoni Abad che con gli studenti di Ca’ Foscari e dello Iuav ha creato una mappa sonora di Venezia per non vedenti per il progetto “La Venezia che non si vede”; e ancora per il fotografo francese Gérard Rancinan che in campo Santo Stefano srotolerà una gigantografia sui migranti di 135 metri quadrati.

Biennale, la performance che ha fatto arrabbiare gli animalisti

Nella sovrabbondanza collettiva, quest’anno gli inviti si pesano in giga. Giga su giga di feste (in 1.200 da Pinault domani sera alla Cini) che porteranno in laguna mezzo mondo, incluso uno degli uomini più ricchi di Russia, Leonid Mikhelson, e il suo parigrado Adrian Cheng, attualmente a caccia di un diamante blu che tenga compagnia al Pink Star appena acquistato per 66 milioni di euro. L’arte, evidentemente, è ancora Viva.
 

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia