Amelio e Albanese nel carcere femminile

Il regista e l’attore hanno parlato a lungo con le detenute, alcune delle quali fanno teatro
INTERPRESS/TAGLIAPIETRA. ANTONIO ALBANESE E GIANNI AMELIO ALL'USCITA DEL CARCERE FEMMINILE.
INTERPRESS/TAGLIAPIETRA. ANTONIO ALBANESE E GIANNI AMELIO ALL'USCITA DEL CARCERE FEMMINILE.

VENEZIA. Il teatro dà un senso alla vita e, se riesce a entrare in carcere, può addirittura cambiarla. Proprio per questo molte detenute della Giudecca, che nei mesi e anni passati hanno partecipato al laboratorio di teatro in carcere «Passi Sospesi», sono state molto felici di aver incontrato ieri pomeriggio Gianni Amelio e alcuni attori dello staff del film «L’Intrepido», tra i quali Antonio Albanese e i due giovani interpreti, Gabriele Rendina e Livia Rossi. L’incontro, avvenuto alla presenza della direttrice Gabriella Straffi come risultato di un accordo con la Biennale di Venezia, è stato infatti un vero e proprio approfondimento sull’arte della recitazione teatrale e sul ruolo dell’attore, ma non sono mancate grandi risate e momenti di forte emozione. Le detenute che avevano già esperienza di teatro hanno chiesto agli attori professionisti se, calarsi nei panni di personaggi difficili, poteva avere delle conseguenze anche nella vita della persona e se Albanese poteva recitare dal vivo alcuni personaggi ormai diventati leggendari come Cetto La Qualunque. L’attore ha così raccontato che ci vuole del tempo per entrare nel personaggio, ma quando avviene per lui è come stare in una bolla che contribuisce a dare equilibrio alla sua vita, anziché disturbarla. Nessuno ha mai parlato del film in gara, se non di uno visto nei giorni scorsi in vista dell’appuntamento, «Lamerica», sul tema dell’immigrazione. La pellicola, girata in Albania, ha infatti catturato la curiosità di molte donne albanesi che hanno fatto tante domande al regista, legato a quel Paese per motivi personali. Amelio, chiamato in carcere proprio per la sua nota sensibilità verso tematiche sociali, ha aggiunto all’incontro ancora più umanità, sottolineando come l’immigrazione non riguardi un luogo geografico e una popolazione, ma una condizione di difficoltà che può capitare a tutti.

Vera Mantengoli

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