"Aiutateci a trovare i nostri bambini"
Il disperato appello di papà e mamma a tre anni esatti dalla strage di cui nessuno vuole più parlare. Ma testimoni e un filmato dicono che i loro figli sono ancora vivi

LAMPEDUSA. Il racconto di un medico, le impersonali note burocratiche di un ufficio e, soprattutto, quei pochi secondi di un video che gli hanno messo sotto gli occhi Mohammad, che in quell'acqua scura era caduto pieno di paura a nove anni, l'11 ottobre 2013. Era di venerdì. Il peschereccio su cui Mohammad Hazima si trovava assieme al fratello Ahmed, all'epoca di 11 anni, la mamma Feryal, il papà Rafaat e un altro fratello più grande, era partito dalle coste libiche di notte.
"Aiutateci a trovare i nostri bambini"
Il viaggio. A bordo i due scafisti tunisini hanno caricato a forza 480 siriani di cui 150 bambini: tutti profughi scappati dalla guerra che sta devastando il loro Paese. Molti sono medici come Mohanad Jammo, 40 anni, di Aleppo dove era primario dell’Unità di terapia intensiva e anestesia dell’Ibn Roshd Hospital. È lui che alle 11 lancia l'allarme quando il battello sta arrancando faticosamente a 100 chilometri da Lampedusa. Il peschereccio è basso sull'acqua a causa di alcune falle provocate dai colpi di mitra sparati da una motovedetta libica che hanno forato il vecchio scafo e ferito due persone. Secondo la ricostruzione fatta da Fabrizio Gatti sul settimanale L'Espresso il dottor Jammo chiama il numero della centrale operativa della Guardia costiera italiana. Una donna risponde e dice di chiamare la guardia costiera di Malta, distante però più di 230 chilometri. Più del doppio. Nessuno si preoccupa della vita delle persone a bordo. Il medico spiega la situazione, fornisce il punto nave, scongiura ma di fronte alla burocrazia non c'è nulla da fare. Per ben due volte la guardia costiera italiana invita a chiamare altrove. A Malta, di cui i profughi a bordo non hanno nemmeno il numero. La centrale operativa di Roma non avverte nessuno: non avverte nemmeno i maltesi. Nemmeno la nave italiana "Libra" che incrocia in quel tratto di mare, vicinissima.
Innocenti. I profughi richiamano ma una voce senza pietà non fa nulla. Quando alla fine i soccorsi si attivano ormai il peschereccio si è già ribaltato: le falle hanno provocato l'ingresso di molta acqua, lo spostamento della gente dalla stiva al ponte superiore e l'inevitabile capovolgimento dello scafo che affonda con decine di persone a bordo, tra cui una partoriente e due medici, una ostetrica e un ginecologo che la stavano aiutando a mettere al mondo quel figlio che vedrà la luce per pochi minuti prima di affondare per sempre nel buio, con la sua mamma abbracciata.

Mayar Shahaabi, aveva solo 6 mesi
In mare. Una strage. Ma in mare ci sono centinaia di persone papà, mamme e bambini che si dibattono nell'acqua per non morire. Tra loro la famigliola Hazima. Il padre, Rafaat si era gettatofuoribordo per primo per lasciare più spazio ai figli sul battello sperando che i soccorsi stiano arrivando. Poi anche la moglie Feryal, sempre guardando all'orizzonte nella speranza che un filo di fumo annunci la salvezza.

Reem Dahhan, 30 anni, scomparsa in mare con i suoi bambini Tarek, 4 anni, Bisher, 1 anno, Mohamed, 9 anni
Nulla. Un elicottero arriva solo alle 17.30, quando il peschereccio è già sul fondo del mare. Lancia un battellino gonfiabile di salvataggio, subito preso d'assalto da centinaia di disperati. La prima nave maltese arriva alle 17.51, quando ormai le ombre della sera si allungano in un mare sempre più nero. Raafat e Feryal raggiungono il figlio più grande, si aggrappano a un rottame galleggiante cercano Mohammad e Ahmed. Urlano, ma la corrente allontana sempre più dai loro due cuccioli. Un pattugliatore veloce della guardia di finanza italiana arriva alle 18.30: le ombre della sera rendono ormai difficilissimo individuare i naufraghi nel mare scuro. Gli italiani raccolgono la gente più vicina al punto dov'è affondato il peschereccio, dove quindi ci sono più bambini. I maltesi gli altri che si sono tuffati per primi e che sono stati allontanati dalla corrente, tra cui ci sono buona parte degli adulti.
Spariti. Ogni nave va poi al proprio porto. Gli italiani a Lampedusa e i maltesi a La Valletta. Rafaat e Feryal sperano di poter ritrovare gli altri due figli.
A Malta nessuno gli sa dire alcunché. Arrivano in Italia. Anche qui le autorità allargano le braccia. Nessuno sembra sapere nulla. Figli? Quali figli?
Papà e mamma vengono mandati in Germania, disperati. Qui lui apre un negozio di barbiere, lei, ex ingegnere del ministero dell'Industria, lo aiuta.
Ricerche. Ma il pensiero è sempre ai due figli. Un giorno uno dei medici che erano a bordo del peschereccio li contatta e spiega che ha visto uno spezzone di un filmato del programma "Chi l'ha visto?" in cui si vede Mohammad scendere da una nave italiana. Un altro medico salvato dagli italiani conferma e spiega di aver visto i loro figli a bordo della nave italiana e che tutti i piccoli erano stati sbarcati a Lampedusa.
Rafaat e Feryal racimolano tutti i soldi, arrivano in Italia, si sottopongono a prelievi cellulari per gli esami comparativi del Dna. Nessuno dei test eseguiti sui corpi dei piccoli cadaveri recuperati dopo il naufragio corrisponde al loro. Ottengono il video e riconoscono Muhammad. Nei pochi secondi si vede il bambino, con ancora addosso i vestiti fattigli indossare dalla mamma, che viene aiutato a scendere da tre marinai da una unità navale italiana.

Un fotogramma del filmato che mostra Muhammad Hazima sbarcare da una nave italiana
Muro di gomma. Almeno di uno dei loro figli quindi è vivo. Ma nessuno al momento sa dove si trovi. Incredibile, come la burocrazia, dopo aver causato la strage, non sappia ora restituire Du bambini, due cuccioli che le erano stati affidati. Per questo papà e mamma lanciano un appello: "Chiunque lo veda avverta Suor Paola, una religiosa della Congregazione Suore dei Poveri di San Vincenzo De' Paoli, a Lampedusa, chiamando il numero 333.5871720".
Speranza. Assieme a suor Paola sta agendo un gruppo di genitori lampedusani, gli stessi che hanno affrontato a mani nude l'emergenza del 2011 e degli altri grandi sbarchi, vestendo e sfamando decine di migliaia di profughi da guerre, sete, violenze e povertà. Ora cercano di muoversi nei meandri di una burocrazia implacabile, che semplicemente non risponde. Dove sono i due figli? Dove sono sbarcati? Chi li ha identificati? Dove sono stati inviati? A chi sono stati affidati? Adulti che cercano di ridare vita a una famiglia lanciando un salvagente a due bambini in cerca di aiuto.
A tre anni da una strage di innocenti dovuta al rimpallo burocratico tra soccorritori è tempo di gettare una luce sul futuro di due bambini avvolti dal buio.
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