A Venezia 75 piace la "Capri-Revolution" di Mario Martone

VENEZIA. «L’arte e l’amore rendono belli, elevano le persone oltre le loro condizioni storiche». Mario
Martone – come altri registi a Venezia 75 – usa la storia come pretesto, battendo sul ruolo salvifico dell’arte e della cultura, facendo di “Capri-Revolution” il capitolo conclusivo della trilogia iniziata con “Noi credevamo” e proseguita con “Il giovane favoloso”.
Ma il film non va preso come un’operazione storica in senso stretto. “Capri-Revolution” è un altro omaggio ai giovani ribelli, come Lucia, capraia sull’isola che incontra la libertà e l’indipendenza anche grazie a una comune di artisti e borghesi tedeschi e inglesi che effettivamente vissero sull’isola all’inizio del ‘900. Una pastorella interpretata da Marianna Fontana, una delle due “Indivisibili” che stupirono Venezia due anni fa: ha confessato di essersi calata a fondo nel personaggio.

«Ho pascolato capre per settimane, mungendone più di cento, ma anche vedendo i film e leggendo tutto ciò che Mario Martone e Ippolita di Majo, che lo ha cosceneggiato, mi consigliavano». Perché “Capri-Revolution” nasce e si sviluppa come un progetto collettivo, preparato a tavolino e recitato con un’empatia condivisa dal cast, un po’ come accade realmente nel film. Prima di diventare l’isola più esclusiva d’Italia, Capri è stata infatti una comune, guidata da un personaggio spiritualista come il pittore Karl Diefenbach, tra il 1900 e il 1913, quando morì. «Mi sono imbattuto nella storia per caso e mi ha creato un corto circuito immediato, proiettando lo sguardo avanti di cinquant’anni, alle istallazioni di un artista concettuale come Joseph Beuys, “Capri battery” del 1985, in cui una lampadina veniva collegata a dei limoni, accendendosi».
Sono i temi con cui si concludeva “Il giovane favoloso”, quello del progresso e della vita della “Ginestra” leopardiana, in una chiave di energia e di forza che va oltre il microcosmo dell’isola. Capri, in questo senso è una metafora del mondo, «ma anche il mondo è un’isola», aggiunge il regista, che ha utilizzato la musica elettronica straniante di Sascha Ring, artista tedesco noto come Apparat, mentre le coreografie sono di Raffaella Giordano. L’obiettivo è stato dall’inizio lavorare su un personaggio femminile, tornando a una centralità che non aveva più dai tempi di “L’amore molesto”. Lucia non è solo una capraia che prende coscienza della sua diversità e matura in fretta, ma è una donna che come le sue coetanee più famose, da Anna Kuliscioff a Rosa Luxembourg, unisce libertà e ribellione.
Ripudiata dai fratelli, Lucia abbraccia le idee del Maestro Seybu (Reinout Scholten van Aschat, un giovane nazareno olandese scovato in un paese vicino alla Germania), emancipandosi anche dalle sue teorie quando si rende conto che queste sono sterili, davanti alla tragedia della guerra ormai esplosa ovunque. Un’indipendenza che va di pari passo con la libertà sessuale, che i membri della comune manifestano girando nudi nei boschi e in quella parte di isola che è il loro regno. «Io stessa mi sono lasciata andare, ho aperto me stessa a questo personaggio seguendo il mio corpo, e non solo nelle scene di nudo, ma soprattutto con la mia anima», spiega Marianna Fontana. Questa dialettica continua tra corpo e anima, tra uomo e donna, tra natura e arte è un fil rouge che lega assieme tutto il film, nel quale, sottolinea ancora Martone, «abbiamo fatto un percorso di conoscenza comune durante la preparazione, per provare a farlo con la modalità di quello che il film stesso racconta, un viaggio che va al di là di ogni rivoluzione. Inutile chiudersi o erigere muri, il confronto è ineludibile e anche la ribellione di Lucia non genera odio, ma amore», conclude Martone.
Red carpet affollatissimo di attori, ballerini, comparse e varia umanità bucolico-isolana: Marianna Fontana in Nasa Paolo Nespoli e Roberto Vittori, Miss Italia Alice Rachele Arlanch. Il film sarà nelle sale il 13 dicembre. —
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